Togliatti e la via italiana al socialismo (seconda parte)

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Pubblichiamo una nostra traduzione di un lungo articolo sulla parabola di Togliatti scritto da David Broder per Jacobin Mag, rivista che non finiremo mai di celebrare per la sua chiarezza di esposizione, profondità di analisi, e potenza trasformativa. Attraverso la rilettura della parabola storica di Togliatti possiamo leggere i momenti salienti della storia nazionale ed internazionale del Novecento rapportata alla percorso del movimento operaio. L’autore considera importante questo percorso, poco conosciuto nel mondo anglosassone, in relazione al ruolo che la posizione euro-comunista di derivazione italiana sta svolgendo nelle nuove espressioni di sinistra radicale europea.

In questa seconda parte si approfondisce il ruolo svolto nella Resistenza e nella fase costituente, mettendo a fuoco in particolare il significato e le condizioni della “Svolta di Salerno”, per chiudere poi sul notevole contributo comunista all’assemblea costituente. Nella prima parte ci siamo invece occupati degli anni di formazione e della strategia di costruzione di alleanze antifasciste sviluppata nel Comintern.

Di David Broder – Jacobin Mag, traduzione in italiano di Nicola Cucchi per Sinistra in Europa

 

Dalla Resistenza alla “Svolta di Salerno”

Quando l’aggressione delle potenze dell’Asse impose all’Unione sovietica una tormentata alleanza con Gran Bretagna e Stati Uniti, il Comintern decide di articolare una politica chiaramente antifascista. I comunisti di tutta Europa costruirono alleanze contro i nazisti coinvolgendo nelle coalizioni le forze democratiche e patriottiche, così da alimentare ampi movimenti di resistenza e accreditarsi con gli alleati come punti di riferimento per la formazione di governi provvisori nei loro rispettivi paesi.

Nell’agosto del 1941, Umberto Massola formò un “centro interno”, nuovo riferimento organizzativo per ricostituire il Partito Comunista nel territorio italiano e con l’occupazione tedesca nel settembre del ’43, i comunisti formarono il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) con socialisti, azionisti, liberali e democristiani. Nello stesso periodo i “poteri alleati” iniziarono a dividersi le rispettive sfere d’influenza postbelliche, distribuendo le zone occidentali e mediterranee dell’Europa a Stati Uniti e Gran Bretagna e le zone centro-orientali all’Unione Sovietica. In questo contesto, il partito di Togliatti si propose come priorità assoluta la realizzazione dell’unità nazionale basata sulle forze antifasciste presenti nel CLN, nel timore che gli anglo-americani e i loro agenti locali potessero altrimenti negare ai comunisti una chiara legittimazione a far parte dell’ordine democratico che sarebbe seguito alla Liberazione. Non a caso i tentativi di strategie più aggressive messi in campo dai partiti comunisti di altri paesi incontrarono serie di difficoltà.

In Yugoslavia la Resistenza guidata dai comunisti contro i monarchici semi-collaborazionisti serbi e le forza di occupazione italo-tedesche ebbe successo, così questi poterono impadronirsi dei poteri dello Stato senza dover ricorrere all’aiuto degli alleati. Al contrario, in Grecia l’invasione britannica si schierò per i realisti, distruggendo l’opposizione comunista nel 1949. La leadership sovietica, non volendo interferenze alleate  nell’occupazione delle zone centro orientali di Polonia e Cecoslovacchia, fu costretta a non intromettersi nel contesto balcanico per difendere i compagni greci.

Generalmente ignorante di questioni geopolitiche, buona parte della base del PCI restava riluttante ad allearsi con le componenti più moderate comprese nel CLN. Il divario tra base e dirigenti era dovuto anche alla lunga separazione tra i militanti italiani, abituati ad un’attività clandestina lontana dagli atteggiamenti compromissori verso il regime e i quadri di partito in esilio formatisi nel Comintern degli anni Trenta a difendere la politica dei “fronti popolari” contro l’avanzata dei fascismi dilagante in Europa.

Il regime fascista aveva distrutto il PCdI in un momento in cui lo scontro interno tra Gramsci e Bordiga sulla linea da seguire non si era ancora risolto. In seguito le “purghe anti-trozkiste” togliattiane raggiunsero solo la parte di organizzazione in esilio o in prigione, così una buona parte dei militanti rimasti in clandestinità non si era ancora dovuta confrontare con l’autorità del Comintern, né tantomeno avevano fatto esperienza di alleanze interclassiste, che invece avevano coinvolto altri partiti comunisti in Europa negli anni Trenta. Perciò, quando i dirigenti formatisi nel Comintern tornarono in Italia durante la guerra, il loro approccio alla leadership e la strategia proposta rappresentarono uno shock culturale per i comunisti che avevano vissuto il fascismo in prima persona.

Per uno storico dirigente come Giorgio Amendola: “praticamente tutti i gruppi con cui il nuovo centro-interno entrò in contatto nel 1941-42 mostrarono un orientamento settario ed estremista, si mostravano dunque incapaci di comprendere e accettare le nuove politiche proposte dalla nascente segreteria.

Le potenti ondate di scioperi organizzate dai comunisti a partire dal marzo ’43 in poi rappresentarono per molti l’avvento di un epocale mutamento sociale. Quei militanti isolati che ispirarono le prime rivolte contro il fascismo durante la guerra, abituati ad essere una ristretta minoranza ridotta al silenzio da un blocco di potere composto da fascisti, padroni e polizia di durata ventennale, erano evidentemente ostili a quegli elementi del CLN che non si erano opposti al regime, per mantenere posizioni e rendite sociali convenienti.

La guerra partigiana contro l’occupazione tedesca, iniziata nel settembre ’43, si sviluppò in una fase storica in cui le mediazioni del potere borghese da parte della società civile erano ridotte al minimo, con la crisi generata dal fallimento dell’impresa bellica che rischiava di causare un’ulteriore riduzione delle provviste di cibo per la popolazione civile.

La scelta del Re, Vittorio Emanuele III, di dimissionare Mussolini il 25 luglio 1943, nominando al suo posto il Maresciallo Badoglio per la formazione di un nuovo governo, non fu sufficiente per organizzare alcuna resistenza militare all’occupazione tedesca. Così quarantacinque giorni dopo, l’8 settembre, il Capo dello Stato, pur di salvarsi la vita contrattò con i tedeschi una fuga da Roma, lasciando l’esercito senza disposizioni, causandone la dispersione e il generale collasso istituzionale.

La visione gramsciana contenuta nei concetti di “egemonia” e “guerra di posizione” non ebbe un impatto rilevante sulla strategia di resistenza del PCI. La gran parte dei militanti non conoscevano le posizioni strategiche del leader ucciso dal regime, ma si limitavano a riconoscergli di essere stato un martire antifascista. Togliatti si assicurò nel 1938 il controllo degli scritti dal carcere dell’ex segretario, per poi pubblicarli in versione rivista nel 1947.

I limitati riferimenti a Gramsci nella comunicazione comunista durante la guerra erano la conseguenza della necessità di subordinare le sue posizioni alle esigenze strategiche di quella fase, in questo senso vanno lette le riprese del suo pensiero per rivolgere critiche a Trozsky e per incentivare la mobilitazione patriottica. Togliatti fece riferimento a Gramsci in questa chiave non appena fece ritorno in Italia nel marzo ’44, annunciando che il PCI avrebbe sostenuto il governo monarchico di Badoglio in nome dell’unità nazionale. Mentre inizialmente il governo sostenuto dagli alleati era composto da fascisti che avevano rotto con Mussolini, nell’aprile del ’44 i partiti del CLN si unirono a questa coalizione per sostenere lo sforzo bellico.

Il passaggio storico noto come “la svolta di Salerno” fu una drammatica rottura con gli originari orizzonti di un partito comunista che poneva al centro del suo programma la lotta di classe e la rivoluzione, pertanto il dibattito storiografico sul tema è stato molto acceso.

Per gli storici più vicini al PCI, la partecipazione comunista all’ampia alleanza del CLN esprimeva a pieno la cornice patriottica di Togliatti, la cui azione sarebbe stata orientata dalla volontà d’ispirazione gramsciana di perseguire l’unità delle forze nazionali. Invocata in seguito da E. Berlinguer come argomento a difesa della sua strategia di compromesso storico con la DC, la Svolta di Salerno venne mitizzata come punto di partenza per la costruzione di un’indipendente “via italiana al socialismo”, dopo la dissoluzione del Comintern nel maggio ’43.

Gli storici liberali insieme a quelli a sinistra del PCI criticarono questa lettura apertamente celebrativa, considerando da un lato la politica togliattiana come classica espressione della strategia dei fronti popolari, dall’altro persino la mera esecuzione degli ordini di Stalin, in conformità con gli impegni assunti da quest’ultimo con Roosevelt e Churchill.

Numerose ricostruzioni dunque danno conto del dissenso interno ai ranghi del partito intorno a questa strategia, una sorta di reazione dei militanti italiani al pragmatismo staliniano. In realtà, quando nel marzo ’44 venne sancita la partecipazione del PCI alla coalizione antifascista, la gran parte del dissenso era rientrato, non senza momenti di tensione.

Nel settembre ’43, parti della base si erano mobilitate separatamente dal CLN convinte che l’obiettivo dello scontro non poteva essere la restaurazione dell’equilibrio liberale pre-fascista, ma la promozione di una “rivoluzione socialista”. Durante la resistenza armata a Roma, una forza dissidente che prese il nome di “Movimento comunista d’Italia” (Bandiera Rossa) contava un organico di aderenti maggiore del PCI, e una simile organizzazione denominata “Stella Rossa” presentava numeri altrettanto importanti nella Torino dell’epoca, fondamentale centro industriale. Opposizioni simili si diffusero a Napoli e a Milano nell’autunno del ’43, quando buona parte dei comunisti si mostravano intransigenti nel voler perseguire la strada rivoluzionaria, sperando di poter utilizzare la loro preminenza nella lotta partigiana come occasione per prendere il potere. Entusiasmati dall’idea di trasformare la guerra in rivoluzione, come aveva fatto Lenin nel 1914, rifiutavano la coalizione interclassista rappresentata dal CLN. Queste opposizioni, evidentemente ignare del quadro geopolitico, e fortemente ispirate dal modello sovietico, giunsero ad accusare Togliatti di tradire Stalin. Come ha infatti notato Luigi Cortesi, durante il fascismo era diffusa una tendenza nei comunisti italiani di usare quella realtà come proiezione ideale capace di esprimere i sentimenti radicalizzati di una classe subordinata. Insomma, i militanti italiani in clandestinità, ignoranti dell’effettiva realtà sovietica, fantasticavano di una “patria dei lavoratori” opposta al regime mussoliniano. Dalla parte opposta, la stessa strumentalizzazione della “minaccia sovietica” da parte della stampa fascista, identificando tutte le opposizioni al regime con la minaccia di “bolscevizzazione dell’Europa” allo scopo di estendere anche ai ceti medi la base sociale del regime, indirettamente accresceva il culto di Stalin.

Nel novembre del ’43, l’organizzazione romana del PCI faceva riferimento a giovani militanti cresciuti in questo clima incentrato sulla figura del leader. Coloro che bussavano alla porta del partito in quella fase erano giovani sedotti ed entusiasmati dalle clamorose vittorie politiche e militari dell’Unione sovietica. Sebbene da un punto di vista tattico “voler fare come in Russia” avrebbe inevitabilmente isolato i comunisti rispetto al resto della coalizione antifascista, (causando il loro isolamento nella fase che sarebbe seguita alla Liberazione) questi giovani militanti erano convinti che la strategia del “fronte nazionale antifascista” fosse una strada timidamente riformista, per non dire collaborazionista, in un momento in cui vedevano uno spazio rivoluzionario.

Ad oggi gli argomenti degli storici sulle cause della Svolta di Salerno si sono sedimentati su giudizi condivisi grazie soprattutto all’apertura degli archivi sovietici del 1991. la consultazione dei documenti dell’epoca mostra infatti che Stalin ordinò personalmente a Togliatti di perseguire una strategia di collaborazione e promozione di un largo fronte nazionale. Così, mentre nei dibattiti precedente all’apertura degli archivi, la politica togliattiana veniva letta positivamente come espressione di autonomia rispetto all’Urss – nell’impressione che non si dovevano eseguire sempre per forza gli ordini di Stalin – ora sappiamo che questa lettura non riesce a cogliere il carattere fondamentale di quella fase. Dato il prestigio dell’URSS e l’ispirazione stalinista dei dissidenti al PCI nel ’43, il fatto che Mosca avesse definito direttamente la politica togliattiana servì a coagulare i militanti dissidenti su una posizione per nulla facile da accettare, dando piena copertura sovietica a quel percorso proposto dal leader del PCI.

Quando Togliatti arrivò a Napoli direttamente da Mosca a fine marzo ’44, si fece da subito promotore di un’ampia alleanza di forze antifasciste, essendo ben consapevole di difendere una politica voluta dal Cremlino. Sulla base di questa rivelazione, nessuno poteva infatti dubitare della consonanza della linea italiana con la politica estera sovietica. I dissidenti, entusiasmati dal culto di Stalin e convinti dell’imminenza della rivoluzione, dovettero accettare l’efficacia di questa linea. Ottenendo da subito un riconoscimento istituzionale per il ruolo dei comunisti nella resistenza militare, la “Svolta di Salerno” garantì ai togliattiani un posto nel governo e il controllo della sinistra in Italia.

A Roma, dove era emersa la principale opposizione alla partecipazione comunista al CLN, questa linea venne sponsorizzata appena una settimana dopo il massacro delle Fosse Ardeatine, dove le SS uccisero 335 antifascisti e prigionieri ebrei come rappresaglia all’attentato dei partigiani in via Rasella. Questo evento indebolì molto quei difensori di una resistenza limitata al piano militare nella capitale, riducendo la capacità delle forze dissidenti di far sollevare forze armate indipendenti.

Quando le forze armate anglo-americane liberarono Roma il 4 giugno 1944, Badoglio venne sostituito dal Re alla Presidenza del consiglio da Bonomi, esponente della classe dirigente liberale pre-fascista. Due giorni dopo, Palmiro Togliatti diffuse una chiamata a tutti i partigiani comunisti in Italia per la costituzione di sezioni locali del CLN, senza doversi imporre necessariamente come leader. Con i migliaia di partecipanti a quel percorso, le insurrezioni a Torino e Milano furono condizionate da una rilevante presenza comunista, mentre nel frattempo il PCI era diventato parte della coalizione di governo.

 

Una Costituzione da “Guerra fredda”

Il 25 aprile 1945 vennero liberate le città italiane del Nord-Italia, con i partigiani che cercavano di acquisire il controllo dei principali centri industriali un attimo prima dell’arrivo degli alleati. Due giorni dopo i comunisti bloccarono un mezzo diretto verso la Svizzera, all’interno del quale catturarono Benito Mussolini insieme ad alcuni accompagnatori. Pochi giorni dopo il cadavere del Duce insieme alla sua compagna C. Petacci e gli altri venne appeso a testa in giù a Milano, in quella Piazzale Loreto dove pochi mesi prima i fascisti avevano appeso i corpi di partigiani uccisi.

Con Berlino che cadeva di fronte all’ultimo attacco delle forze alleate, il 2 maggio 1945 l’incubo nazista era finalmente passato. L’Europa si sarebbe risvegliata con la necessità di riorganizzare i territori martoriati dalla guerra, sempre mantenendo la divisione delle sfere d’influenza tra Usa e Urss. I limiti geopolitici che condizionarono fin dall’inizio la Resistenza non potevano che aumentare nel dopoguerra.

La lenta avanzata degli alleati attraverso l’Italia dal luglio ’43 all’aprile ’45 aveva consentito l’inizio di un percorso di transizione democratica, che gradualmente trasferì il potere da Badoglio ai partiti del CLN. Come evidenziò Lucio Magri, la durata di questo scontro consentì alle forze della Resistenza di consolidare la loro autorità politica sulla società italiana in modo molto più efficace di quanto avvenne in Germania e Giappone. Subito dopo la Liberazione, il PCI ordinò rapidamente ai suoi partigiani, su forte pressione degli alleati, di riconsegnare le armi, nell’ottica di costruire una nuova Italia con mezzi democratici, mantenendo il proprio riconoscimento legale in una sfera sotto l’evidente controllo americano.

Il 2 giugno 1946 i partiti del CLN fissarono le elezioni per i membri dell’assemblea costituente e contemporaneamente il Referendum che avrebbe stabilito la forma di Stato: monarchica o repubblicana. Il risultato di questo primo voto postbellico seguito a più di vent’anni di dittatura rifletteva la smobilitazione degli scontri sociali più radicali del periodo resistenziale. Mentre la Repubblica si affermò grazie a una ristretta maggioranza, l’elezione dell’assemblea costituente dimostrò chiaramente la disparità tra la composizione della lotta partigiana durante la guerra – dominata da comunisti insieme a azionisti e socialisti – e quella dell’elettorato nazionale ancora legato a logiche clientelari che favorirono le forze moderate. Il voto fu in altre parole un primo segnale per misurare la potenza del blocco cattolico-conservatore che sarebbe divenuto solida base del potere democristiano.

La coalizione antifascista affermatasi durante la guerra restò unita fino al ’47, con Democrazia Cristiana, Partito Socialista e Partito Comunista a scrivere insieme la Costituzione. Il documento approvato nel 1947 ed entrato in vigore nel 1948 resta uno straordinario punto d’arrivo per la sinistra, con l’inserimento di ideali progressisti a fondamento della nuova Repubblica come il diritto al lavoro e il suffragio femminile. La necessità di garantire l’unità tra partiti determinò anche significative concessioni da parte dei comunisti alla riproduzione dell’ordine sociale esistente come i Patti Lateranensi, siglati tra Stato italiano e Vaticano nel 1929, che riconoscevano la Chiesa Cattolica come unica religione di Stato. Come ministro della Giustizia, Togliatti cercò di pacificare la violenza diffusa nel periodo che seguì alla Liberazione promuovendo un’amnistia che mettesse da parte una parte importante dei crimini fascisti.

Mentre il PCI cercava di portare avanti quella coalizione di governo uscita dalla guerra nell’ottica di un graduale avanzamento sociale verso la democrazia progressiva in Italia, le pressioni della guerra fredda sul paese imposero in breve tempo l’esclusione dei comunisti dal governo.

Come la loro controparte francese, il PCI venne escluso dal gabinetto nella primavera del ’47 dando così inizio a quarant’anni di dominio democristiano.

Nell’aprile del ’49 si chiuse la fase di formale neutralità internazionale della Repubblica fondata dai partiti del CLN. Con l’adesione dell’Italia alla NATO voluta fortemente dal Presidente della DC Alcide de Gasperi. La Chiesa cattolica scomunicò i comunisti tre mesi dopo, e i democristiani riassunsero il loro controllo sulla società con la formula: “nel segreto dell’urna Dio ti vede, Stalin no!”

Le veementi proteste del PCI contro l’adesione italiana alla NATO riflettevano la consapevolezza del partito che l’adesione ad un dato blocco di alleanze avrebbe determinato il futuro del paese negli anni a venire. Con il riconoscimento sovietico del governo Badoglio nel marzo ’44, seguito alla “Svolta di Salerno”, Togliatti si proponeva l’obiettivo di prefigurare per l’Italia un ruolo da attore indipendente, assecondando quella parte di forze conservatrici più ostili alla possibilità che il paese cadesse nel totale controllo statunitense. Possiamo associare questa strategia alle relazioni amichevoli intrattenute dai sovietici con il generale De Gaulle, difensore di un ruolo francese autonomo dal controllo di Washington. Nell’immediato dopoguerra la proposta del PCI di un’autentica indipendenza nazionale da articolare in un contesto multipolare rifletteva questa agenda, rispondendo anche all’esigenza di accreditarsi come forza patriottica.

In ogni caso, le contraddizioni sul ruolo del PCI nel nuovo Stato esplosero in modo evidente il 14 luglio 1948, giorno in cui un estremista di destra tentò di assassinare Togliatti. Le tensioni erano già cresciute con le elezioni politiche dell’aprile ’48 nelle quali la DC sostenuta dagli Usa si assicurò una larga maggioranza parlamentare a spese di socialisti e comunisti, uniti nel “fronte democratico popolare”. Quando tra i militanti si diffuse la notizia che avevano sparato a Togliatti vi furono manifestazioni armate in tutto il paese, con occupazioni di fabbriche e di stazioni di polizia. L’uso delle armi nello spazio pubblico, solo formalmente interrotto nel ’45, riemerse nuovamente, dando la speranza alla parte più radicale di poter dare avvio ad una insurrezione finale, come era avvenuto in Cecoslovacchia solo cinque mesi prima.

I leader comunisti temevano la repressione da parte delle forze dell’ordine che sarebbe seguito ad un  conflitto aperto, consapevoli che uno scontro armato avrebbe avuto ben poche chance di successo. Volendo evitare in ogni modo l’uscita dalla legalità di un partito che aveva fatto di tutto per accreditarsi come forza patriottica, i dirigenti PCI cercarono di contenere gli elementi più violenti e, nei giorni seguenti, il miglioramento delle condizioni di Togliatti agevolò molto i tentativi di pacificazione. Tuttavia quello che dimostrò la mobilitazione comunista era il senso del concetto di “doppiezza”. Secondo i militanti più estremi, l’inserimento del partito nelle strutture democratiche dello Stato doveva essere solo un passaggio per raggiungere la presa armata del potere. Nonostante il segretario non si fece mai promotore di questa posizione, la sua persistenza tra i ranghi del PCI dava la misura della persistenza della spinta rivoluzionaria nascosta sotto una prassi apertamente riformista.

Fonte originale: https://www.jacobinmag.com/2017/03/palmiro-togliatti-italian-communist-party-stalin-fascism-mussolini/

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