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E’ stato Eraclito nel V sec. a.c. a sostenere per la prima volta che è permanente solo il divenire delle cose. Da allora enormi passi in avanti sono stati fatti nel pensiero umano, eppure ancora oggi, seppur immersi e spesso sopraffatti dalla liquidità del pensiero postmoderno, capita soprattutto nella pratica politica di dimenticare questo basilare insegnamento, di tralasciare il necessario mutamento da cui le organizzazioni umane sono destinate ad essere plasmate.

Se ciò è vero per i processi storici di tipo economico e materiale, direi che è oggi tanto più vero (e probabilmente più veloce in un momento storico caratterizzato dalla mediatizzazione permanente) per queglii elementi sovrastrutturali che in qualche modo giustificano e legittimano le istituzioni politiche. La cristallizzazione di concetti quali quelli di popolo, egemonia, discorso politico, e in qualche modo anche classe sociale, seppur quest’ultimo concetto di più facile delimitazione in quanto maggiormente ancorato alla realtà economico-materiale, è probabilmente una delle cause della paralisi nell’avanzamento dell’analisi del pensiero progressista e socialista italiano.

E allora proprio il concetto di popolo, la sua significazione “classica” e la sua nuova semantizzazione attraverso la creazione  di un discorso politico egemonico, sono al centro di questo scritto.

Ma cos’è un popolo?                                            

Una domanda apparentemente banale, ma dalle molteplici risposte non appena si prova a scavare un po’ più a fondo: il popolo può identificare, partendo da un dato materiale, l’aggregazione dei lavoratori autonomi e subordinati, degli sfruttati e dei senza voce; è, sulla base di un elemento immateriale, l’unione di coloro che condividono determinati elementi culturali; o ancora, alla ricerca di un dato “contrattuale” l’unione di coloro che, condividendo determinati principi costituzionali, pongono capo e legittimano una nazione. Tutte definizioni che, di fronte al dato fattuale, non riescono a cogliere pienamente il punto: come definire, ad esempio, il martoriato popolo italiano? Coincidente con la popolazione che vive nella penisola italiana? Con quella che nasce su suddetta penisola? Come coloro che si identificano in contrapposizione agli arrivi degli immigrati stranieri? L’unione di coloro che si identificano nella Costituzione? Il popolo italiano identificato dalla Lega in contrapposizione ai “clandestini” è lo stesso che definiva il PCI di Palmiro Togliatti con l’unione di operai e contadini, e questo è la stessa cosa della gente individuata dal M5S come i veri detentori del potere politico in alternativa alla casta?

Da questi pochi e banali esempi sembra già evidente la difficoltà di individuare un significato comune al nostro fantomatico popolo. E’ però comunque un dato evidente l’esistenza di un popolo, seppur con caratteri diversi: è incontestabile che il discorso politico della Lega si riferisca in effetti ad un popolo retoricamente individuato, quello di coloro che sono nati in Italia identificato in contrapposizione a chi invece non lo è, così come dal blog di Beppe Grillo possiamo ricavare, sempre partendo dal dato retorico e sovrastrutturale, l’esistenza di una cittadinanza attiva (seppur via web) contrapposta e delimitata da una casta invece parassitaria e passiva.

E, in effetti, un significato comune, il significante “popolo” potrebbe possederlo: abbandonato il piano materiale per riempirne il significato, sembra possibile rivolgersi, preliminarmente, al dato linguistico che accomuna una determinata popolazione (faccio parte di un popolo perchè ne condivido la lingua, e i dati culturali che accompagnano l’essere madrelingua di un determinato linguaggio); in secondo luogo, al dato retorico (o sovrastrutturale), politico in senso lato, che individua e delimita la consapevolezza e il riconoscersi parte di un determinato popolo: l’essere di “sangue italiano” della lega Nord, piuttosto che l’onestà e la genuinità che caratterizzerebbero i cittadini per il movimento cinque stelle. Dati retorici non per forza legati ad una base materiale ma che, seppur in maniera precaria in relazione ad un determinato periodo, riescono a creare un’aggregazione in cui ci si possa riconoscere in qualcosa che vada oltre la somma dell’individualità. Dato retorico su cui si gioca la battaglia dell’egemonia:  in palio per chi la vince, per chi riesce a costruire il consenso attorno al proprio discorso politico, la possibilità di costruire l’ossatura simbolica che sorregge la definizione (contingente) del popolo stesso, la sua identificazione, la linea di campo su cui si distribuiscono le posizioni in gioco sul piano politico.

Una tale pratica politica (si ponga bene attenzione, pratica politica legata alla contingenza, e non certo ideologia necessaria all’interpretazione delle condizioni sociali), basata su un dato politico-linguistico e indirizzata alla lotta per l’egemonia, è ciò che potremmo chiamare populismo: un termine, al pari di quello di popolo, privo di senso qualora si volesse cercarne un appiglio contenutistico o materiale, di tipo reazionario o progressista che sia; un termine che va correttamente, invece, identificato, come pratica egemonica e (seppur precariamente) riaggregativa che, a tal fine, può utilizzare i più disparati dati retorici, questi sì, passibili di essere caratterizzati in senso reazionario, conservatore, progressista, socialista.

Definizione di populismo e di popolo che le analisi di stampo progressista e socialista in Italia, sempre più, infatti, prive di un popolo cui riferirsi al di fuori di un bacino esclusivamente ideologico sempre più magro, avendo abbandonato conseguentemente anche la questione della ricostruzione di una identificazione di classe, fanno fatica ad accettare. Ma come già Vincenzo Cuoco in epoca premarxista aveva ben espresso, per quanto buone siano le intenzioni, senza popolo alcun cambiamento, alcuna rivoluzione è possibile, ed è dunque proprio questo il punto, la costruzione di un popolo lungo un fronte, attraverso un dato retorico, di tipo progressista e socialista, che dobbiamo  pretendere di affrontare da un punto di vista analitico.

Ma per fare ciò, ritornando a questo punto all’incipit dell’ineludibile cambiamento, è necessario rimettere in discussione la funzione della politica in generale, del discorso politico in particolare, che come soggetti politici abbiamo tenuto ferma sinora.

Se quanto detto sinora ha senso in un’ottica aggregativa ed emancipatoria, funzione della politica (meglio, del discorso politico) non deve e non può essere più quella della mera rappresentanza (anche detta per coloro che studiano la comunicazione politica, la logica dell’acquisto o dell’elezione); un’ottica in cui si presuppone uno scenario sociale già dato, in cui il rappresentante, appunto, politico ha l’unica funzione di individuare quale discorso politico sia più funzionale a rappresentare il proprio spazio sociale – già presupposto come esistente –  in un rapporto gerarchico tra rappresentante e rappresentato e con la politica come spazio sociale altro rispetto alla vita sociale degli elettori, “supermarket” in cui individuare e scegliere la proposta maggiormente rappresentativa per il singolo soggetto sociale. E’ questa infatti, la sola funzione del discorso politico che il fronte progressista (solo, assieme ai partiti che garantiscono l’establishment) ritiene di dover affrontare: e dunque le questioni politiche sono da basarsi esclusivamente sull’individuazione della giustezza e dell’appropriatezza delle proposte (e, anche se non sempre riesce, dell’esempio delle azioni), tali per cui si possa essere “scelti” da coloro che si vorrebbe rappresentare (le classi sociali più basse), mentre l’egemonia diventa, appunto l’individuazione della proposta di elezione migliore, più appetibile, più spendibile nel market elettorale.

Ritengo che invece un altro sia invece il modello, la funzione del discorso politico da prendere in considerazione: mi riferisco alla funzione performativa (anche detta logica del contratto o saturazione), anch’essa propria della politica anche se spesso colpevolmente dimenticata nelle analisi, per la quale è il discorso politico stesso, nel momento in cui è pronunciato, attraverso l’azzeramento della differenza tra piano politico e piano sociale e la fusione di enunciatore ed enunciatario politico, a dare forma al proprio spazio politico. E’ la funzione tipica del discorso politico populista, ed è la dimensione su cui, oggi, in un momento di mediatizzazione permanente e di debolezza delle ideologie, va giocata anche da parte nostra la battaglia per l’egemonia sui dati retorici dominanti.

E’ una battaglia che non si può più eludere, perché la nostra mancanza nella creazione di un campo sociale e ciò che lascia spazio all’egemonia di dati retorici reazionari. E’ una riaggregazione che non si può più rimandare, perché è solo dalla ricostruzione di legami e di ri-conoscenza collettiva che, possiamo ripartire per la ricostruzione di un’ ideologia e consapevolezza di classe e di necessaria redistribuzione del potere anche economico, oltre che politico.

Per l’autunno è necessario lanciare una discussione di merito che ci permetta di ricostruire il nostro campo, qui, oggi, in Italia, nel 2016. Perché le occasioni di conflitto sociale arriveranno, e se non ci saremo con la nostra analisi e pronti alla battaglia per l’egemonia nella società contro la reazione divampante, sarà solo colpa nostra.

@clacandeloro

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