Facebook: unisciti al lato oscuro della politica

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Quando ci si iscrive su Facebook o a qualunque altro social network si dovrebbe avere la consapevolezza di cosa si sta utilizzando, d’altronde l’azienda americana (così come gli altri gestori dei maggiori social network) richiede la maggior età per usare il suo servizio. Lo scriviamo perché siamo consapevoli che là fuori sia pieno di persone che non hanno chiaro che questo luogo assomiglia sempre di più a una discarica.

di Nicola Cucchi, Andrea Alba e Adriano Manna

Si tratta infatti di un veicolo che non dispone, ad oggi, di alcun efficace filtro contro il diffondersi delle mistificazioni, anche se sotto questo aspetto Facebook sembra stia lanciando una campagna interna di individuazione e censura delle “fake news”. Insomma ci muoviamo quotidianamente in uno spazio confinato dove è assolutamente impossibile veicolare informazioni articolate, pensieri complessi.

Facebook in realtà non crea le nostre opinioni, semmai le amplifica, e al momento della diffusione spesso favorisce una tendenza alla radicalizzazione delle posizioni in campo.

La tendenza a cui facciamo riferimento rispetto all’esperienza virtuale è il ben noto “effetto bolla”. La coincidenza della cerchia di relazioni social con le proprie frequentazioni politiche, culturali, oltre che sociali, porta ad una costante “conferma” della propria impostazione di pensiero. Ancora peggio, questo “recinto confortevole” crea una ossessiva ricerca di consenso presso il proprio gruppo di riferimento, generando una tendenza a semplificare ed estremizzare il proprio pensiero con parole d’ordine che si pensa possano avere presa nella propria “cerchia”.

Alla base di tutto ciò ci sono gli interessi economici del peggior capitalismo, che diffondono sulla piattaforma una nostra espressione in base all’utilità che se ne può trarre.

Un sistema che registra ogni nostro click per costruire tipologie di consumatori sempre più specifiche, in grado di incasellare qualsiasi storia entro un sistema di prevedibilità e dunque di controllo, manipolazione e sfruttamento.

Questo contesto indirizza le nostre opinioni entrando con prepotenza nei nostri post, condizionandone la composizione, il significato, e soprattutto l’esito.

Inoltre la diffusione della “disintermediazione” – l’eliminazione delle figure personali e istituzionali di mediazione – enormemente favorita dai social network, aggrava un pericoloso ritorno delle tendenze plebiscitarie post-democratiche che l’Europa ha ben conosciuto nella prima metà del Novecento e che sembrano riaffacciarsi nella nuova fase politica seguita alla crisi economica.

Sull’uso politico di Facebook e degli altri maggiori social, occorre prendere in considerazione il nuovo paradigma di utilizzo dello strumento in occasione della campagna referendaria sulla Brexit e delle presidenziali USA: in entrambi i casi, quelli che poi si sono rivelati i vincitori delle consultazioni (il fronte pro-brexit in UK e Trump nelle presidenziali americane), hanno fatto largo uso di strumenti derivanti dall’applicazione dei Data Science per le campagne elettorali.

Nello specifico, e molto sinteticamente, l’utilizzo dei dati ricavabili dalla profilazione degli utenti nei social sono stati usati per formulare e aggiornare di volta in volta i “modelli predittivi”, per stimare la preferenza di certi gruppi di elettori per un candidato o per modellare la probabilità di recarsi alle urne o la sensibilità verso particolari questioni di politica.

Quest’enorme mole di dati – basti pensare che nel caso di Trump, la Cambridge Analytica ha profilato qualcosa come 200 milioni di cittadini americani – ha permesso di modulare in maniera differenziata il messaggio politico sviluppando “varianti” del messaggio appositamente studiate per ogni modello predittivo.

Si evince da questo, che un’operazione sistematica orientata in tal senso può portare anche nel breve periodo ad una espansione dell’elettorato potenziale senza precedenti.

La vera domanda, prendendo atto della nuova frontiera della comunicazione politica che ci si apre davanti, è relativa ad una quanto mai urgente riflessione sugli effetti reali di questo nuovo paradigma sull’offerta politica. La comunicazione, come strumento della politica, può arrivare essa stessa a plasmare l’offerta politica alle sue esigenze?

Il risultato della dinamica generata sui social non è la creazione di una piazza virtuale, capace di alimentare una nuova forma di dibattito pubblico. I social network, al contrario, somigliano molto di più ad un’arena romana di gladiatori, spietata, fatta di pollici in su e pollici in giù, una giungla dove non ci sono lettori, ma solo tifosi di un’opzione precostituita.

Un luogo dove le idee non si muovono, soprattutto non si elaborano, si muovono solo bit e byte che decidono in maniera del tutto non neutrale cosa farci pensare e dire partendo dai presupposti espressi dai nostri click, catapultando la “poltiglia rizomatica” di informazioni a un pubblico di ultras che si divide in curve di sostenitori e oppositori aprioristici.

Anche sul linguaggio che facebook ci impone c’è da fare qualche considerazione, in particolare sul livello di scrittura. Quando, per esempio, insegniamo a scuola ai nostri studenti le tipologie testuali diciamo loro che lo strumento che usi è legato al contenuto che vuoi esprimere e al contesto in cui ti esprimi. Se per esempio il diario è il luogo della scrittura autoriflessiva, fatta di un codice ben preciso e predeterminato, perché non possiamo assurgere i social network ad un loro linguaggio anch’esso ben preciso, in grado di  predeterminare e orientare il significante e il significato di quanto si voglia esprimere? Perché non possiamo, per esempio, affermare che la tipologia testuale dei post dei social network, oltre a disconoscere qualunque rudimento grammaticale, è anche la scrittura della frustrazione, dell’odio, del narcisismo, dell’individualismo, della necessità di comunicazione patologica portata alle estreme conseguenze?
Perché fare ragionamenti complessi sui social porta a scarsi risultati, poi nessuno ti mette il “like” e il tuo ego va a farsi benedire. Ma come dice un mio caro amico e allievo di Deleuze: “ormai facebook se sta’ a magnà tutto!”

Il dubbio più oscuro riguarda però le conseguenze politiche dello strumento: E’ ancora possibile sostenere che i social siano capaci di rappresentare uno strumento di organizzazione collettiva, un catalizzatore di rabbie, o addirittura un luogo dove possano covare resistenze globali? Proviamo a smontare questa felice e ottimistica visione. Qualora si riuscisse a creare una rete di antagonismo reale all’interno del cyberspazio che il social-network ci offre, verrebbero immediatamente alla luce tutti i problemi relativi alla sua caratteristica intrinseca, cioè quella di essere uno strumento non mediato, non mediabile.

Le regole inerenti alla piattaforma non ci condurrebbero verso una discussione aperta e plurale, com’è d’altronde la realtà che ci circonda. Al contrario, questo ci porterebbe automaticamente verso posizioni sempre più polarizzate, incapaci di convivere, verso una guerra di logoramento virtuale, dentro una trincea cibernetica.

I social sono oltre la dialettica e la sintesi, raccolgono una quantità enorme di utenti, senza tuttavia esprimerne la radicale molteplicità, ma anzi standardizza e appiattisce. Dentro di esso è impossibile mediare una discussione, trarne profitti intellettuali o quantomeno logici. Su Facebook, per esempio, non esiste un ordine del discorso; non ci sono priorità semantiche: è l’apocalisse del senso e della logica, o meglio il loro soffocamento.

Che senso ha provare ad alzare il livello culturale di uno strumento concepito come luogo della superficialità e del controllo? Con questi presupposti difficilmente potrà arrivare a rappresentare il suo contrario. L’impostazione originaria dello strumento e l’uso che se ne fa lo trasformano ripetutamente in un veicolo di antintellettualismo e qualunquismo, che delegittima qualsiasi sapere specialistico, qualsiasi occasione di confronto dialettico tra visioni del mondo.

Esso è solo uno spazio di polarizzazione forzata, senza che vi siano realmente posizioni alternative, come due individui che si scontrano fino ad uccidersi senza capire veramente perché lo stanno facendo.

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