Diritto all’aborto, le donne d’Irlanda contro l’ottavo emendamento

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L’8 marzo delle donne irlandesi sarà una giornata di sciopero e lotta contro l’ottavo emendamento (o articolo 40.3.3), la restrittiva legge sull’aborto che equipara il diritto alla vita della madre a quello del feto, stabilendo pene detentive fino a 14 anni per chi pratica aborti illegali.

Una legge che costringe ogni anno migliaia di donne a utilizzare senza alcuna assistenza medica la pillola abortiva acquistata via internet. Almeno 12 donne al giorno scelgono invece di viaggiare a proprie spese in Inghilterra o Galles, dove l’interruzione di gravidanza è legale. L’ottavo emendamento della Costituzione proibisce infatti il ricorso all’aborto sul suolo irlandese, se non nel caso in cui una donna sia in pericolo di vita, escludendolo perfino in caso di stupro.

Da anni movimenti per i diritti civili, associazioni e gruppi femministi hanno lanciato la campagna Repeal the 8th, che chiede di convocare un referendum abrogativo dell’ottavo emendamento. L’ultima imponente manifestazione si è tenuta nell’autunno scorso, quando decine di migliaia di persone, donne ma anche uomini, hanno sfilato a Dublino sotto la pioggia per chiedere al governo di indire il referendum. Il gruppo parlamentare di opposizione People Before Profit – Anti Austerity Alliance ha colto la palla al balzo, presentando una mozione per fissare la data del voto. Il governo conservatore del premier Enda Kenny ha però preso tempo e ha affidato la questione alla Citizens’ Assembly, un gruppo di 99 cittadini estratti a sorte, che avrà il compito di emettere delle raccomandazioni per una riforma della legislazione. Secondo i piani di Kenny, che governa grazie a una maggioranza molto risicata, le raccomandazioni dell’assemblea di cittadini dovrebbero poi essere analizzate da un’apposita commissione parlamentare.

Stanche di questi continui rinvii, alcune accademiche, artiste, attiviste politiche e sindacaliste hanno lanciato la campagna Strike4Repeal, inviando un ultimatum al governo: se entro l’8 marzo non verrà indetto il referendum allora sarà sciopero. Non uno sciopero in senso tradizionale: le promotrici hanno esortato chi può a prendere un giorno di permesso dal lavoro o rinunciare al lavoro domestico e di cura e partecipare alle iniziative di lotta previste. Chi non potrà partecipare direttamente viene invitato a vestirsi di nero in segno di solidarietà.

Nel video di lancio dell’iniziativa si ricorda che assentarsi dal lavoro sarà un modo per solidarizzare con le migliaia di donne che ogni anno sono costrette a prendere delle ferie per poter usufruire del diritto all’autodeterminazione sul proprio corpo.

La prima affollata assemblea pubblica si è tenuta la settimana scorsa a Dublino e ha visto la partecipazione di più di un centinaio di persone, soprattutto giovani.

Tanti i riferimenti alla situazione internazionale: le organizzatrici hanno inserito la giornata nella cornice dello Sciopero internazionale delle donne dell’8 marzo e hanno ricevuto solidarietà da molti altri paesi, inclusa quella della coalizione italiana «Non una di meno». Intanto si moltiplicano le adesioni alla giornata, che si preannuncia come un potenziale punto di svolta in una lotta che va avanti da decenni.

Vincenzo Maccarrone – Il Manifesto

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