Domani il referendum in Catalogna: «Scuole e seggi chiusi». Ma si occupa

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Referendum in Catalogna. Il capo dei Mossos dà l’ordine ma assicura: «Non sarà usata la violenza». Attivisti e genitori presidiano i locali elettorali. Si prepara una domenica di fuoco: «Voteremo in ogni modo» fa sapere la Generalitat.

di Luca Tancredi Barone – Il Manifesto

Domani saranno chiamati a votare 5.344.358 catalani tra le 9 e le 8 di sera in 2.315 collegi elettorali. Lo hanno comunicato ieri pomeriggio in una conferenza stampa congiunta i ministri degli interni, degli affari esteri e il vicepresidente catalano. «I catalani domenica voteranno», ha ribadito il vicepresidente Junqueras.

Anche se dovessero chiudere i seggi, anche se si dovessero portare via le urne. «Ci sono molti modi di votare», ha aggiunto. E, colpo di scena, finalmente è stata fatta vedere una delle famose urne che il Govern preparava in gran segreto: è di plastica, non è trasparente come quelle tradizionali in Spagna, ed è cinese (5 euro a pezzo, sembra).

In mattinata, la ministra dell’educazione catalana aveva sollevato con un decreto tutti i dirigenti scolastici catalani dal loro incarico fino alle 7 di mattina di lunedì, nominando se stessa direttrice di ciascuna delle scuole sedi di seggio. In questo modo, sarà lei a dare ordine e a prendersi la responsabilità di far aprire le scuole, come chiedevano i sindacati da giorni. I dirigenti avevano infatti ricevuto comunicazione dalla polizia che se avessero permesso l’apertura sarebbero incorsi in un reato, rischiando pesanti multe o addirittura il carcere. La stessa mossa l’hanno fatta anche il ministro per la salute e quella per gli affari sociali per i centri di loro competenza che sono anche seggi elettorali, come ospedali e centri civici.

Il capo dei Mossos ha dato ordine, come chiesto dal Tribunale, di chiudere le scuole prima delle sei di mattina di domenica ma evitando in ogni caso l’uso della forza (attenendosi a principi di «congruenza, opportunità e proporzionalità»): per questo schiere di genitori e attivisti (soprattutto della Cup) già da ieri sono entrati nelle scuole per organizzare «attività» per tutto il fine settimana, in modo di impedirne la chiusura. «In nessun caso si utilizzerà la difesa poliziale» (cioè il manganello), specificano gli ordini impartiti. Anche se le intenzioni di tutti sembrano pacifiche, il governo spagnolo ha avvertito ieri mattina i consoli a Barcellona che gli stranieri «non si mescolino con i manifestanti». Alcuni grandi negozi, come il Corte Inglés e i negozi di Inditex (Zara) hanno deciso per cautela di non aprire (da mesi era stata fissata come domenica con i negozi aperti).

Intanto arrivano altre misure da Madrid: il ministero dei trasporti ha imposto la restrizione dello spazio aereo sulla città di Barcellona per domenica e lunedì per ragioni di sicurezza: una misura eccezionale in città. E poi l’ormai quotidiana minaccia: secondo l’autorità per la privacy spagnola, se scrutatori e presidenti di seggio utilizzano gli elenchi degli elettori, dato che le votazioni sono illegali, potrebbero incorrere in una multa dai 40mila ai 300mila euro. L’analoga agenzia catalana ha invece subito specificato che queste persone «non sono responsabili» del trattamento dei dati personali perché la responsabilità sarebbe solo dell’amministrazione. Infine i giudici hanno chiesto a Google di ritirare l’applicazione pubblicizzata dallo stesso presidente catalano Puigdemont che consente di sapere dove votare. Da parte sua, il governo catalano ha impugnato una serie di decisioni giudiziarie, prima fra tutte quella di sigillare le scuole domenica e quella che scippa ai Mossos la competenza ultima in Catalogna.

La sindaca Colau ieri ha dichiarato in un programma tv che non si identifica con il No del Pp dell’immobilismo, ma neanche con il Sì della via unilaterale del governo di Puigdemont e che pertanto non le rimane altra possibilità che votare in bianco, «che non è quello che vorrei votare», ha detto.

Secondo un sondaggio pubblicato da eldiario.es ieri, non è l’unica che si recherà alle urne anche senza condividere i sentimenti indipendentisti: ben due terzi dei catalani ha intenzione di recarsi a votare nonostante (o grazie) agli sforzi del Pp – quindici giorni fa erano solo il 50%. Il 75% dei catalani considera che il Pp ha agito in modo autoritario e il 70% dà la colpa al governo Rajoy per la situazione. Un’altra inchiesta della Sexta invece indica che il 52% dei catalani è a favore del referendum, il 43% contro; il 54% non si considera indipendentista (solo il 39% dichiara di esserlo). Infine il 60% pensa che il processo sta dividendo la società catalana, il 37% pensa di no.

 

Fonte originale: https://ilmanifesto.it/scuole-e-seggi-chiusi-ma-e-gia-occupazione/