Francia, sciopero di ferrotranvieri e studenti contro i “piani” di Macron

I ferrovieri francesi hanno incrociato le braccia per protestare contro la riforma della Société Nationale des Chemins de fer Français (Sncf), cioè le Ferrovie dello Stato, e la mobilitazione rischia di paralizzare il traffico su rotaie fino alla fine di giugno.

di Lorenzo Carchini

Trentasei giorni di sciopero tra aprile e giugno, articolati su un calendario che prevede tre giorni di lavoro alternati a due di protesta. I ferrovieri protestano contro la proposta di riforma della Sncf che, tra le altre cose, intende aprire alla concorrenza e abolire lo statuto dei ferrovieri per chi entrerà nella società in futuro, rendendo i nuovi lavoratori esposti al licenziamento per motivi economici, senza un contratto a tempo indeterminato né la possibilità del pensionamento anticipato.

Al montare della protesta, il 4 aprile gli studenti dell’Università di Strasburgo sono stati espulsi violentemente dal Palazzo dell’Università dal CRS. Questa è la seconda volta in due settimane, dopo il tentativo di occupazione del 22 marzo. Tra queste due date, sei di loro furono picchiati nel campus universitario dai fascisti del Bastione Sociale. La lotta contro l’estrema destra e la lotta contro il neoliberalismo autoritario di Macron si vanno così ad intrecciare, mentre il coraggio politico degli studenti lancia anche una sfida allo staff delle università.

Questa è la mozione di solidarietà con i lavoratori delle ferrovie, che è stata adottata il 4 aprile in un’assemblea generale all’Università di Strasburgo. Gli studenti sono il futuro dell’università, una salva di utopia che reinventa la fraternità.

“Gli studenti ed il personale dell’Università di Strasburgo, sono tra i principali fruitori dei servizi di SNCF. Per molti di noi, i treni pubblici sono il collegamento tra le nostre sedi di studio e le famiglie, I nostri posti di lavoro e le nostre case. In quanto tali, forniamo il nostro pieno sostegno a quei lavoratori la cui lotta si concentra sulla preservazione di questo servizio pubblico vitale.

Lo statuto dei ferrovieri è una vera protezione per tutti gli utenti del trasporto ferroviario perché garantisce che l’obiettivo principale dei lavoratori ferroviari sia la nostra sicurezza. I ‘benefici’ denunciati dai media e dai politici non lo sono. La parte del salario condiviso (che il potere presenta sistematicamente come ‘imposta sociale’ e non come salario, soprattutto quando deve essere pagato dal datore di lavoro) dei lavoratori delle ferrovie è più importante che per il resto dei dipendenti, in particolare per quanto riguarda i contributi pensionistici. Mentre i ferrovieri possono teoricamente ritirarsi prima, la speranza di una pensione completa rende quasi impossibile l’uso di questo diritto.

Non siamo ingannati dagli annunci fatti sulla mancanza di privatizzazione della SNCF. Affidando la gestione delle piccole linee alle regioni, il governo organizza la bancarotta del sistema ferroviario locale, così come organizza la bancarotta del sistema pensionistico delle ferrovie non impegnando nessuno sotto il loro statuto.

I ferrovieri e il loro statuto non possono essere ritenuti responsabili per il debito della SNCF. Ciò ha origine nella creazione della SNCF quando le compagnie ferroviarie indebitate sono state nazionalizzate contemporaneamente al loro disavanzo. Da allora è stato nutrito dai leader della SNCF e dai politici che sostengono, per servire i loro collegi elettorali, città o regioni, progetti inutili e costosi come le linee ad alta velocità.

Nel caso della privatizzazione delle aziende di trasporto SNCF, per fare profitti a partire da una situazione di debito, non si esita a precarizzare il personale ferroviario, a trascurare la manutenzione necessaria per la nostra rete di sicurezza e naturalmente ad aumentare notevolmente i prezzi dei biglietti. Come in tutti gli altri domini pubblici privatizzati, tale interruzione porterà a servizi a due velocità: TGV per le classi superiori e Bus Macron per gli altri. Questo è successo in tutti i paesi che hanno privatizzato questo tipo di trasporto.

Anziché denunciare i cosiddetti vantaggi dei lavoratori delle ferrovie, incoraggiamo i lavoratori a chiedere che i loro statuti siano simili a quelli dei dipendenti della SNCF.

Sosteniamo quindi i ferrovieri nelle loro lotte e li seguiremo in questi in vista della convergenza.

Quando tutto è privato, saremo privati ​​di tutto”.

Un comunicato sentito, che mostra una lucidità ed una scelta nei termini altrettanto forte. Proprio le parole in un’epoca di storytelling, narrazione e contro-narrazione, diventano elementi importanti all’interno del dibattito e della lotta stessa. Pensiamo anche al linguaggio utilizzato sia per spiegare la riforma che per raccontare la lotta di questi giorni sui media nazionali.

Il 20 Marzo, su France Inter, Thomas Legrand, editorialista politico, si lasciava andare sul rischio del governo di “perdere la battaglia semantica” con gli oppositori della riforma. Secondo lui era importante era necessaria mettere in chiaro che non si sarebbe trattata di una vera e propria privatizzazione, ma che “alcune linee sarebbero state aperte alla concorrenza”.

Poco importa se tutti sanno che queste misure rappresentano un grande passo in avanti verso la futura privatizzazione  e, nell’immediato, un allineamento con la logica della gestione privata. Poco giorni dopo lo stesso Legrand avrebbe ammesso: “Il governo ha perso la battaglia semantica: ‘privatizzazione’, questa è la parola collegata alla riforma”.

Si tratta di un primo importante fallimento del potere, forsanche insufficiente se non dovesse svilupparsi una narrativa alternativa potente capace di sopraffare le convinzioni dell’opinione pubblica. La difesa del servizio pubblico e lo status legittimo dei ferrovieri sono una causa fragile di fronte al degrado organizzato del trasporto ferroviario negli ultimi vent’anni, in corrispondenza con suburbanizzazione e un debito della società che ammonta a decine e decine di miliardi di euro. Di fronte al prevedibile tentativo di divisione del pubblico, è necessaria l’alleanza fra la causa dei lavoratori e degli utenti, fra gli ecologisti  e popolazione rurale. Una convergenza d’interessi da materializzare in movimento.

E una contro-narrazione in effetti esiste e richiama a sé tutti questi elementi.  Prendiamo il capo redattore di Talker, Jerome Leroy che già il 20 Febbraio parlava di “addio alle piccole linee o disincanto di Francia”. Si tratterebbe, infatti, di una battaglia di parole di nomi: “perdere una piccola linea, per molti è anche perdere i nomi, il paesaggio”. Quello che descriveva Louis Aragon ne “Il coscritto ai cento villaggi”, risalente al periodo della Resistenza.

J’emmène avec moi le refrain
De cent noms dits par tout le monde
Adieu Forléans Marimbault
Vollore-Ville Volmerange
Avize Avoine Vallerange
Ainval-Septoutre Mongibaud
Fains-la-Folie Aumur Andance
Guillaume-Peyrouse Escarmin
Dancevoir Parmilieu Parmain
Linthes-Pleurs Caresse Abondance.

Aldilà del risvolto poetico, però, è il pubblico disprezzo che il potere centrale ha mostrato verso una delle realtà più pregnanti del paese, cercando di giustificare la chiusura delle piccole linee locali con argomenti da ecologia spiccia a mostrare il volto più desolante del dibattito francese. Una locomotiva regionale “di piccola capacità emette più CO2 di tre autobus”. Una fake news a tutti gli effetti, diffusa dalla relazione Jean Spinetta (tra le altre cose ex ad di Air France all’epoca della trattativa con Alitalia), dato che la società di ricerca Carbone 4 spiega in un rapporto del 2017: “I viaggi in treno intercity generano circa 15 volte meno emissioni di CO2 per passeggero rispetto allo stesso viaggio in carpooling, da 5 a 15 volte meno dello stesso viaggio in autobus e 50 volte meno dell’aereo”. La stessa rete di azione per il clima ha affermato chiaramente che “il treno è un alleato essenziale per il clima”. Anche l’Associazione dei Sindaci di Francia rifiuta la “razionalizzazione” delle piccole linee.

Tornano, infine, attuali le parole dell’antropologo Pierre Bourdieu pronunciate alla Gare de Lyon, a Parigi, nel 1995 contro l’allora riforma Juppé e l’intera idea tecnocratica della politica e della società in un’analisi breve ma penetrante nelle modalità della politica francese e non solo ieri e oggi.

“Sono qui per esprimere il nostro sostegno a tutti coloro che combattono da tre settimane contro la distruzione di una civiltà, associata all’esistenza di un servizio pubblico, quella dell’uguaglianza repubblicana dei diritti, dei diritti all’educazione, salute, cultura, ricerca, arte e, soprattutto, lavoro. Sono qui per dire che capiamo questo movimento profondo, vale a dire, sia la disperazione che le speranze che si esprimono in esso e che anche noi sentiamo.

Questa opposizione tra la visione a lungo termine dell’élite illuminata e le spinte miopi del popolo o dei suoi rappresentanti è tipica del pensiero reazionario di tutti i tempi e di tutti i paesi; ma ora prende una nuova forma con la nobiltà dello stato, che trae la convinzione della sua legittimità nel titolo accademico e l’autorità della scienza, anche economica: per questi nuovi governanti per diritto divino, non solo la ragione e la modernità, ma anche il movimento, il cambiamento, sono dalla parte dei governatori, dei ministri, dei capi o degli “esperti”; irragionevolezza e arcaismo, inerzia e conservatorismo sono invece dalla parte della gente, dei sindacati, degli intellettuali critici.

È questa sicurezza tecnocratica espressa da Juppé quando esclama: “Voglio che la Francia sia un paese serio e un Paese felice”. Che può essere tradotto come: “Voglio che le persone serie, vale a dire le élite, coloro che sanno dov’è la felicità della gente, rendano felici le persone, che loro malgrado non riconoscono dove stia”. Ecco come la pensano i tecnocrati e come capiscono la democrazia.

Questa nobiltà di stato, che predica l’estinzione dello stesso e il regno indiviso del mercato e del consumatore, un sostituto commerciale per il cittadino, ha preso il controllo del Palazzo, rendendo il bene pubblico un bene privato, la cosa pubblica, la sua cosa. Ciò che è in gioco oggi è la riconquista della democrazia contro tecnocrazia: porre fine alla tirannia di “esperti” stile Banca Mondiale o Fondo monetario internazionale, che impongono senza discussione verdetti nuovo Leviathan ( i “mercati finanziari”), e che non intendono negoziare ma “spiegare”; dobbiamo rompere con la nuova fede nell’inevitabilità storica professata dai teorici del liberalismo.

La crisi di oggi è un’opportunità storica per la Francia e senza dubbio per chiunque, in Europa e nel resto del mondo, rifiuti la nuova alternativa: il liberalismo o barbarie.

Nella reinvenzione del lavoro dei servizi pubblici, intellettuali, scrittori, artisti, scienziati, ecc, hanno un ruolo chiave da svolgere. Possono prima aiutare a rompere il monopolio dell’ortodossia tecnocratica sui mezzi di diffusione. Ma possono anche impegnarsi, in modo organizzato e permanente, non solo negli incontri occasionali di una crisi, insieme a quelli che sono in grado di guidare efficacemente il futuro della società, delle associazioni e dei sindacati in particolare, al lavoro per elaborare analisi rigorose e proposte inventive sulle principali questioni che l’ortodossia medico-politica proibisce di porre: penso in particolare alla questione dell’unificazione del campo economico mondiale e gli effetti economici e sociali della nuova divisione globale del lavoro, o la questione delle cosiddette leggi dei mercati finanziari, per conto delle quali vengono sacrificate molte iniziative politiche […].

Quello che ho voluto esprimere è reale solidarietà con coloro che lottano per il cambiamento della società di oggi: credo che non possiamo combattere efficacemente la tecnocrazia, nazionale ed internazionale, sul loro terreno privilegiato, ovvero le scienze economiche, bensì opponendo alla conoscenza astratta e mutilata una più rispettosa degli uomini e delle realtà con cui essi devono confrontarsi”.