Germania, le prove di forza dei neonazisti spalleggiati da Afd

Germania, dopo il raid nazista l’ultra destra torna a invadere Chemnitz

di Sebastiano Canetta – Il Manifesto

L’onda nera pronta a invadere, di nuovo, il centro di Chemnitz sabato prossimo. E la storia della vittima, nel cui nome i neonazisti hanno scatenato la caccia allo straniero domenica scorsa, che dimostra come il sicuro effetto sia completamente sconnesso dalla presunta causa. Daniel H., 35 anni, professione falegname, accoltellato cinque giorni fa durante una rissa con dieci persone, era tutt’altro che un fascista. Anzi, squadernando i suoi social emerge il profilo diametralmente opposto a chi ora cerca di trasformarlo nel martire tedesco ucciso dai barbari immigrati.

«Fuck Nazis!» è il logo che campeggia sulla sua pagina Facebook; «lavoratore antifascista» la sua bio su Twitter. Oltre alle proposizioni che restituiscono un pensiero impossibile da equivocare: «La nazionalità di una persona non importa; uno stronzo rimane uno stronzo» e «il terrorismo non ha alcuna religione». Basta e avanza per definire la figura del nuovo «eroe» dei nazi, che se fosse stato ancora vivo lunedì sarebbe stato tra i bersagli da colpire, non fosse altro per l’aspetto fisico che rispecchiava le origini cubane del padre.

Ma per i patrioti europei per la difesa dell’occidente (Pegida) e l’ultra-destra di Alternative für Deutschland la verità non fa alcuna differenza. «Sabato alle 17 tutti a Chemnitz per piangere insieme Daniel e tutte le altre vittime del multiculturalismo forzato» è l’appello lanciato ieri dal capo di Afd in Sassonia per mantenere i riflettori accesi sulla scena conquistata a suon di aggressioni ai migranti, minacce ai cronisti e bottigliate contro la polizia. Propaganda incisa sulla pelle degli stranieri, anche se Jörg Meuthen, eurodeputato ed esponente dell’ala “moderata” di Afd, nega qualunque responsabilità del suo partito. «Non abbiamo alimentato noi le fiamme dell’incendio» giura l’ex candidato governatore del Baden-Württemberg nel 2016; la miccia, secondo lui, è solo «lo stato d’animo presente nel paese». Corrisponde al leitmotiv di Afd come «interprete» del Volk furibondo con la cancelliera immigrazionista quanto con le istituzioni di Bruxelles che rappresentano un’Europa lontana anni-luce da quella immaginata da Pegida e compagnia brutta.

Target contro cui vale tutto, come prova la mistificazione di Daniel avvenuta fuori da ogni corrispondenza logica. Per il giovane falegname, Chemnitz era ancora Karl-Marx-Stadt, come ai tempi della Ddr. E la musica da suonare coincideva con i dischi che ascoltava insieme alla moglie e al figlio di sette anni: gruppi punk di sinistra come Slime, Rancid e Zusamm-Rottung di cui restano i «like» sui social ora mantenuti in vita dai suoi parenti. Tra i «mi piace», come se non bastasse, emergono anche i vecchi endorsement alle dichiarazioni dei deputati Linke Gregor Gysi e Sahra Wagenknecht, a fianco della condivisione della battaglia per «alzare la voce contro i nazisti».

Un dettaglio per i fascisti di Pegida, che si dimostrano – ancora una volta – pericolosamente incistati nel cuore delle istituzioni. Martedì sera il capo dei «patrioti», Lutz Bachmann, ha pubblicato sul suo account Telegram stralci del mandato di arresto della procura locale con nome e cognome del sospettato dell’omicidio di Daniel. Prima che il gruppo «Pro-Chemnitz» caricasse in rete due pagine ultra-riservate dello stesso documento come riporta il quotidiano Neues Deutschland. «Al momento ci risulta incomprensibile come possano essersi procurati le copie» ammette il ministero dell’Interno della Sassonia. Già nel mirino – proprio come il ministro federale Horst Seehofer – per il clamoroso default della polizia di Chemnitz che non si è dimostrata in grado di proteggere i cittadini dalla violenta caccia all’uomo lasciata sfogare per oltre due giorni.

 

Prova di forza dei neo-nazisti. In migliaia alla contro-demo

di Sebastiano Canetta – Il Manifesto

La seconda «calata» dei filonazisti a Chemnitz sette giorni dopo la caccia allo straniero che ha sconvolto la città sassone. Con l’argine delle forze dell’ordine, stavolta concentrate in forze, e il «cordone sanitario» di 3.500 antirazzisti scesi in strada per impedire la replica del pogrom contro i migranti. Due cortei contrapposti tenuti a debita distanza: l’unico contatto è coinciso con la breve scaramuccia tra uno spezzone di militanti antifa e la polizia cui è stato gridato: «Dove eravate la settimana scorsa?».

Tutto dopo che la Sassonia si era risvegliava con la fotografia più scioccante dal 1945: nel sondaggio Insa di ieri, Alternative für Deutschland si è confermata come il secondo partito del Land con il 25% dei consensi: appena tre punti in meno della Cdu di governo, ben sette sopra la Linke, la maggiore forza politica dell’opposizione. Non va meglio a livello federale: qui Afd viaggia stabilmente a quota 17%, lo stesso livello dei socialdemocratici sempre inchiodati al 18% come conferma la più recente rilevazione Zdf.

Un trauma politico, e un incubo sociale misurabile dalle forze messe in campo per contrastare l’onda nera che ha assunto le dimensioni di un vero e proprio tsunami. Autentica emergenza sotto il profilo dell’ordine pubblico, al punto che la partita di calcio della Bundesliga tra Dynamo Dresda e Amburgo ieri è stata annullata per permettere di dirottare a Chemnitz tutti gli agenti disponibili. Mentre la paura per il nuovo raid neofascista ha già superato i confini tedeschi come dimostra il clamoroso «avviso di viaggio» diramato dal governo svizzero a beneficio dei propri cittadini: «prudenza alle manifestazioni in Germania a causa dei possibili atti di violenza» scandisce l’appello ufficiale del Dipartimento federale affari esteri di Berna.

Fa quasi più rumore della cronaca di Chemnitz, ieri seguita in diretta nella cancelleria di Berlino come al ministero dell’Interno guidato da Horst Seehofer. Lì, dalle 17 alle 19.30, sono rimbalzati i video del Volk imbandierato nel tricolore nero-rosso-oro, con la rosa bianca infilata nel bavero della giacca e la maxi-foto di Daniel H., la vittima dell’omicidio che ha innescato la caccia allo straniero di sette giorni fa.

Circa 4.500 militanti inquadrati dietro al capo di Afd della Turingia, Björn Höcke, inneggianti alla «stampa bugiarda» oltre ai soliti slogan contro la cancelliera Angela Merkel, accusata – tra l’altro – di essere la vera responsabile della morte del 35 enne accoltellato sabato scorso. In prima linea insieme ad Afd e agli islamofobici di Pegida anche i razzisti del cartello «Pro-Chemnitz» che aggirando il divieto della polizia si sono fusi nel corteo principale.

In parallelo, nel parcheggio della chiesa di San Giovanni si svolgeva la contro-demo delle 70 sigle riunite dal motto «Cuore invece di persecuzione» cui hanno partecipato la sindaca Spd Barbara Ludwig, la deputata Verde Annalena Baerbock, il co-leader della Linke Dietmar Bartsch, il segretario generale dei socialdemocratici Lars Klingbeil e la numero due della Spd Manuela Schwesig. «Chemnitz non è grigia né bruna» è stata la parola d’ordine scritta anche sul cartello messo intorno al collo alla mega-statua di Marx sulla Brückenstrasse, proprio sotto il «naso» dei neonazi lì concentrati prima della partenza del corteo.
Sullo sfondo, ma neppure troppo, ancora l’eco delle violenze consumate per tutta la settimana oltre il recinto nero della Sassonia. Mercoledì a Wismar (Mecleburgo-Pomerania) un ventenne di origine straniera è stato circondato da tre neofascisti e picchiato a sangue con una pesante catena di ferro. Il referto del pronto soccorso ha certificato la rottura del setto nasale, eppure la denuncia, come accade ormai troppo spesso, risulta ancora contro ignoti dato che gli aggressori si sono dati alla fuga.

Di pari passo (dell’oca) l’inquietante episodio registrato giovedì sera a Rosenheim, in Alta Baviera. In un pub del centro una decina di persone si è platealmente esibita in cori xenofobi e canti del Terzo Reich sfoggiando il consueto «saluto a Hitler». Tra loro sono stati identificati i due poliziotti federali di 44 e 45 anni attualmente accusati di incitamento all’odio e utilizzo di «simboli anticostituzionali».