Il Labour col congresso di Liverpool ritrova definitivamente se stesso

Il congresso di Liverpool. Fine dell’austerity, lavoro, azionariato operaio, il Labour riscopre se stesso. Il Partito voterà contro il piano Chequers della premier: no all’uscita “dura” dall’Ue.

di Leonardo Clausi – Il Manifesto

Nel discorso con cui Jeremy Corbyn ha concluso la tre giorni congressuale del partito a Liverpool c’erano gli elementi principali che hanno contraddistinto il ritorno del Labour a se stesso nei tre anni da che ne ha preso rocambolescamente le redini: la lotta alla disuguaglianza, alla catastrofe ambientale, alla disoccupazione, alla colpevole passività del Paese nei confronti del problema palestinese (di cui è tutto sommato corresponsabile) e – elemento, questo, del tutto nuovo – al suo tradizionale ruolo ancillare nei disastri statunitensi in politica estera.

Ma c’era soprattutto la riluttanza a fare dello psicodramma Brexit la propria tomba politica: quello che auspicabilmente accadrà ai conservatori, che nel loro scomposto accapigliarsi confermano che non vi è davvero guerra più sanguinosa di quella civile. Nonostante le stridule proteste dei centristi del partito, che assieme agli esangui Lib-dem cercano di limitare la propria erosione immolandosi teatralmente sulle barricate di un fantomatico secondo referendum, questo non è stato nominato nemmeno una volta. Al suo posto, quello di cui invece il Paese ha davvero bisogno: stimoli a un’occupazione che non sia sfruttamento, superamento dell’ingordigia finanziaria, azioni serie per contrastare l’eco-massacro del quale siamo già vittime e con il quale stiamo suicidando a sangue freddo la posterità.

Riguardo al referendum, il Partito voterà contro il piano Chequers di Theresa May, che scontenta tutti, e si opporrà all’uscita “dura” (dal mercato comune e dall’unione doganale) dall’Ue: «Sarebbe un disastro nazionale. Per questo se il Parlamento respingerà l’accordo dei conservatori o se il governo non riuscisse a raggiungere alcun accordo spingeremo per le elezioni anticipate. E se non sarà così, saremo aperti a tutte le possibilità».

Corbyn ha poi aggiunto l’inaspettata – evidentemente tattica – apertura alla premier: «Se ottiene un accordo che comprende l’unione doganale e nessun confine fisico con l’Irlanda, se si proteggono i posti di lavoro e i diritti … ebbene allora sosterremo quell’accordo». Per poi sferrare la stilettata che ha mandato in visibilio i delegati: «Ma se non è in grado di negoziare quell’accordo allora deve farsi da parte e lasciare che lo faccia un partito che lo è e lo sarà».

Nel segno di un keynesismo di ritorno è la promessa di una fine dell’austerity, da articolarsi in 400mila nuovi posti di lavoro nelle energie rinnovabili, un poderoso programma di edilizia abitativa e soprattutto – tenetevi forte – azionariato operaio: obbligare tutte le aziende con più di 250 operai a versare un dieci per cento del proprio patrimonio netto in un fondo per i lavoratori. Insomma, fine al vandalismo sociale che dal 2010 i conservatori, soli o in coalizione, infliggono al Paese.

In politica estera, il leader ha confermato la piena dissociazione dai deliri trumpiani sul clima, dalle ambasciate americane a Gerusalemme, dall’accordo di pace con l’Iran, dai crimini israeliani a Gaza – «un oltraggio» – e dalla legge Stato-Nazione ebraica. Ribadito invece l’appoggio a una soluzione dei due Stati, niente più guerre umanitarie e riconoscimento immediato dello Stato palestinese, oltre alla condanna risoluta di ogni razzismo e antisemitismo all’interno del partito, agitato convulsamente da polemiche in questo senso.

E’ stato un discorso non reboante, ma chi lo pronunciava non aveva più nulla della legnosità e dell’incertezza degli esordi. Corbyn ha ora dalla sua, oltre alla naturale amabilità, un notevole controllo della tecnica oratoriale. Forma e contenuto sono finalmente complementari e messi al servizio di un programma di governo che, quando si guardi a quello che succede altrove in Europa, per tacere del nostro Paese, sembra un miraggio. Ma soprattutto è stato il discorso di un ex-parvenu della politica che si sente prossimo al potere, capace di scuotere un Labour politicamente anchilosato dal suo inane centrismo facendogli finalmente aprire gli occhi sull’avidità e il cinismo acquisitivo ai quali l’era blairiana lo aveva sospinto ibridando ideologie contrapposte in una fittizia operazione di maquillage andata drammaticamente sbriciolandosi a partire dal 2008.

 

Fonte originale: https://ilmanifesto.it/corbyn-riparte-dalle-origini-e-detta-le-condizioni-a-may/