Islanda, crescono i partiti di sinistra ma non c’è una maggioranza

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L’Islanda è andata al voto per la seconda volta in un anno dopo la caduta del governo del primo ministro Bjarni Benediktsson, accusato di aver tentato di insabbiare uno scandalo a sfondo sessuale che ha coinvolto il padre.

di Adriano Manna

Il voto del 28 ottobre ha confermato al primo posto il Partito dell’Indipendenza, partito conservatore ed euroscettico del primo ministro uscente Bjarni Benediktsson, che col 25,2% dei voti conserva 16 dei 21 seggi in parlamento. Un risultato non sufficiente per garantire la continuità di governo, soprattutto alla luce del risultato degli storici partiti alleati di governo che hanno perso seggi, rendendo impossibile il riproporsi della medesima coalizione.

In forte ascesa i due partiti di sinistra, specialmente il partito eco-socialista Vinstrihreyfingin (Gue/Ngl), che raggiunge uno storico 16,9% dei voti e 11 seggi, a cui si somma l’ottimo risultato raccolto dai social-democratici (PSE) che arrivano al 12,1% raccogliendo più del doppio dei voti delle scorse elezioni.

Delusione invece in casa del Partito Pirata, che cala dal 14,5% di un’anno fa al 9,2% di sabato, perdendo 4 dei 10 seggi.

Il vero rebus riguarda adesso la formazione del governo: data l’impossibilità per il partito conservatore di riproporre la coalizione di governo uscente, la palla potrebbe passare alla sinistra islandese, la quale però farebbe comunque una gran fatica a racimolare i 32 seggi necessari per avere la maggioranza in parlamento.

La coalizione progressista più naturale, quella formata da eco-socialisti, social-democratici e pirati si fermerebbe infatti a 24 seggi, rendendo indispensabile l’apertura a qualche partito di centro.

Katrín Jakobsdóttir, leader dei Verdi di sinistra, in un’intervista rilasciata subito dopo lo spoglio elettorale alla Reuters, ha ammesso che non è chiaro se i partiti che stavano all’opposizione dell’ultimo governo riusciranno a formare una maggioranza.

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