Olanda, il primato resta ai liberali. Tracollo dei laburisti

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Le elezioni olandesi non saranno quelle che ricorderemo per aver condannato l’Europa. Wielders ha sì preso molti voti e molti seggi, ma la supremazia dei conservatori ed europeisti è netta e permetterà loro di essere il primo pilota verso la creazione di una coalizione di governo che il primo ministro Rutte ha annunciato “complessa” e che comunque richiederà del tempo.

In un’elezione molto partecipata, con affluenze attestate all’82%, mentre nel 2012 aveva votato il 74,6%, il partito di centrodestra del primo ministro Mark Rutte (Vvd, liberal democratico) si vede assegnare 33 seggi, nove in meno rispetto alle elezioni del 2012, ma 13 in più del partito di Wilders, salito a 20. Appena un seggio in meno (19) per i democristiani (Cda) e i liberali di sinistra (D66). Grande passo in avanti per i Rosso-Verdi (GroenLinks), che ottengono 14 seggi, più del triplo dell’ultima legislatura. Entra in Parlamento per la prima volta anche il partito antirazzista di Denk, fondato da due cittadini turco-olandesi. Il Partito laburista (PvdA), il partito minore della coalizione di governo, ha subito invece una sconfitta storica con solo nove seggi, 29 in meno rispetto alle ultime elezioni.

A livello internazionale, sono arrivate le parole di incoraggiamento da parte di Rajoy, Hollande e dagli esponenti del Gruppo dei liberali al Parlamento europeo, nonché dai Lib Dem britannici. Per tutti, la mancata vittoria del populismo rappresenta la notizia più importante.

Dunque pericolo scongiurato, se mai questo fosse davvero esistito: non solo, infatti, Wielders già aveva collaborato con un governo nel 2010-12, esperienza peraltro contrastante, ma era del tutto impossibile che potesse arrivare ad avere la maggioranza assoluta necessaria per governare da solo. Nondimeno 20 seggi sono molti e lo mettono al secondo posto, con un’agenda che ha agito come un maglio sui suoi avversari e con ogni probabilità ha finito per spingere molti olandesi alle urne.

Il vero dato che arriva dall’Olanda, infatti, non riguarda tanto Wielders, ma quella finta “sinistra” costituita dal partito laburista (d’ispirazione blairiana) che esce “de facto” dal centro della scena.  Mai prima d’ora un partito olandese aveva perso così tanti voti nel giro di così poco tempo; non è bastato cambiare leadership, né cercare di rovistare nella pattumiera del capelluto xenofobo in cerca di consensi nella classe lavoratrice bianca. La sinistra che non fa sinistra è destinata, infatti, a scomparire dallo scacchiere politico: ce lo avevano detto gli elettori greci che avevano affossato Pasok, ce lo avevano confermato gli elettori francesi socialisti che hanno preferito Hamon a Valls.

Quello del PvdA è un rimprovero da parte dell’elettorato per un partito che si è professato di sinistra ma che nel periodo di coalizione con i conservatori si è comportato da destra. Un errore imperdonabile, dopo il quale deve essere un intero gruppo dirigente a farsi da parte. I valori della socialdemocrazia, ai quali i laburisti olandesi si sono sempre rifatti, lungi dal costituire uno spauracchio per un’idea di sinistra, non solo fanno riferimento a termini precisi e storicamente connotati, ma hanno una tradizione seria, pesantissima; non possono essere sviliti in un progressivo allargamento fino alla trasformazione in conservatori.

L’avanzata dei GroenLinks di Jesse Klaver rappresenta un risultato importante e che apre ad un nuovo Tulipano rosso-verde dal quale ripartire: la crescita è esponenziale, in particolare nelle grandi città, se pensiamo che ad Utrecht, ad esempio, si è passati dal 6,7% al 20,2.

Adesso anche per loro verrà il difficile: evitare a loro volta le larghe intese con i conservatori per non restare anch’essi maciullati nel perverso meccanismo delle “larghe intese” ed al tempo stesso riuscire a raccogliere la sfida di un rilancio della sinistra. Perché, va ricordato, l’Olanda non cambierà governo, i conservatori hanno retto ed anzi se possibile si sposteranno più a destra, da un lato muovendosi di pari passo ai temi securitari e anti-immigrati dai quali loro stessi hanno dovuto attingere (lasciando sullo sfondo il confronto con la Turchia, dove Rutte ha cercato di sfoderare una politica muscolare “acchiappavoti”, strizzando l’occhio alle destre), dall’altro con alleanze moderate con le frange liberali e cristiano-democratiche “piccole” e “gestibili”.

Lorenzo Carchini

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