Una “Gauche de Gauche”, il Partito Socialista prova a tendere la mano a Melenchon

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Il secondo turno delle primarie socialiste hanno confermato lo slancio del primo: dopo aver vinto il 22 Gennaio con il 36% dei voti, Benoît Hamon è stato preferito anche questa domenica con il 58.88% degli elettori, trionfando sull’ex primo ministro Manuel Valls  (41.12%). Sarà lui il candidato del PS per le Presidenziali 2017. 

“Riteniamo che la sinistra, con questo voto, rialza la testa,” ha commentato il deputato Mathieu Hanotin, vicino al vincitore.

Non possiamo dire che la suspense fosse al suo apice, né che si tratti di una sorpresa, quella di Benoît Hamon. I punteggi della scorsa settimana, la mobilitazione di Arnaud Montebourg, la forte partecipazione erano tutti segnali positivi che hanno contribuito a sostenere il candidato arrivato ​​abbastanza sereno alla domenica del ballottaggio, attendendo i risultati delle primarie della Belle Alliance.

E’ una Francia, quella socialista, che in queste primarie è andata in cerca di una sinistra e l’ha trovata. Ma non ha fatto solo quello, ha anche imbracciato una serie di parole d’ordine che potranno aiutare il partito a ritrovare una propria identità  e cominciare a ricostruire.

In una scena politica in rovina, impregnata di termini come “voto utile”, “realismo”, “pragmatismo”, il tutto a somma giustificazione di svolte securitarie e discutibili leggi sul lavoro, il linguaggio di Hamon durante questa primaria è andato in direzione completamente opposta. “Desire de Gauche” non è soltanto un bel motto funzionale, a maggior ragione se sorretto da un programma di riforme sociali che si muovono nella direzione del diritto universale alla retribuzione, al riconoscimento di una corsa alla globalizzazione che, nei termini dell’ultimo ventennio, ha sostanzialmente fallito e al bisogno di riconoscere la collettività ed il ruolo dell’individuo in essa, a partire proprio dal posto di lavoro.

Hamon, infatti, propone un “futur désirable et désiré par beaucoup”, anche scegliendo un campo lessicale che evoca il piacere e la speranza della politica. Questo lo si è visto soprattutto durante i dibattiti contro Manuel Valls. Il loro è stato un confronto “totale”. Due storie politiche diverse, strettamente legato alla sinistra studentesca il nuovo candidato, con un passato recente politico troppo “pesante” l’ex primo ministro; un progetto politico in gran parte raffazzonato, quello di Valls, di cesura quello di Hamon, ma più in generale un confronto fra la “désirabilité” e la “realité”.

Benoit è riuscito a muoversi guardando al domani: “Je veux dessiner un futur désirable”. Dall’altra parte Valls si è appoggiato ad vocabolario di riferimento che potremmo definire “trardo-hollaniano”, pragmatico. Da un lato si è voluta delineare una speranza, una fantasia della società francese e di dove dovrebbe andare; dall’altro, l’ex primo ministro si è mostrato più come un gestore della propria visione, ancorata nel momento presente, cementata intorno alla “credibilità”.

Due scelte diverse sin dalle origini. Hamon ha da subito stabilito di non volersi muovere tanto sul piano della “vérité”, quando su quello della “option”, della possibilità. L’immagine che ha voluto lanciare dell’attuale fase del Partito Socialista, è quella di una sinistra sotto attacco dalle destre “infiltrate”:  “Le quinquennat aura été décisif dans l’indifférenciation entre les actions menées par des gens issus de la gauche et des actions menées par des gens issus de la droite”. Un’invasione di campo avvenuta nel momento in cui il partito è finito per avvitarsi sull’idea di una “verità univoca e caduta dall’alto”.

Da quel momento, secondo Benoit, tra i socialisti si sarebbe creata una frattura difficilmente sanabile, non basata sui differenti tipi di società “possibili”: “Ce qui nous sépare n’est plus une différence d’option sur le type de société que l’on veut, et moi, je vous propose une option, pas la vérité, une option”. Nessuno ha la verità in tasca, si direbbe in Italia, per questo sarebbe inutile collocarla nel campo della politica e, soprattutto, della campagna elettorale, dove al centro non possono che essere le “option”, le possibilità.

Un concetto affatto nuovo nella cultura francese, già enunciato dal cardinale François Marty, ma portato nel campo della sinistra al momento giusto: “l’art de gouverner ne consiste pas à rendre souhaitable ce qui est possible. Il consiste à rendre possible tout ce qui est souhaitable”.

Qui sta la promessa di Hamon, la sua sfida più difficile: resistere all’inevitabile sconfitta alle elezioni del 2017 e dopodiché cercare di raccogliere i cocci di quello che è rimasto per ricostruire una sinistra francese. Nelle sue parole, utilizzate per reggere un programma sociale difficilissimo, c’è la cesura verso la Va Repubblica, quella di Sarkozy e Hollande, ma anche quella dell’adagio “moi je ne mentirai pas aux Français, on est dans le pétrin (et donc on n’a pas le choix de faire ci ou ça)”.

La verità come macigno di ogni progetto politico e sociale. Questa, dopotutto, è la storia recente della Francia, dove la volontà politica si è andata estinguendo perché i suoi mezzi d’azione sono stati ridotti all’osso. Il risultato, secondo il Professor Stephan Ratti, Université de Bourgogne-Franche-Comté, è stata la politica dell’accidia, immobile in mancanza di un qualsiasi desiderio e speranza.

Una posizione simile è stata espressa anche dal filosofo belga Chantal Mouffe. Se il voto deve essere un’immagine di sé, un’identificazione, diventa necessario guardare “aux désirs et aux rêves des gens”. La passione, dunque, costituisce una forza trainante della politica e pienamente giustificato è il messaggio di speranza di Hamon: non ci sarà nessuna Marine Le Pen che tenga, “si la gauche ne projette pas un imaginaire puissant”.

Il partito socialista resta gravemente spaccato. Manuel Valls in seguito ha ammesso la sconfitta ed ha tenuto la conferenza stampa di rito: “I francesi hanno parlato, più numerosi al primo turno, ma non abbastanza per invertire il corso delle cose. […] Benoît Hamon ha vinto in modo chiaro, e mi congratulo. […] Sono profondamente impegnato a rispettare gli impegni assunti. Benoît Hamon è ora il candidato della nostra famiglia politica, e spetta a lui per svolgere la nobile missione di rassemblement, voglio augurargli buona fortuna”.

Un’apertura che apre assai poco, in realtà. Tra le fila dell’ex primo ministro sono in molti a non voler rispettare la disciplina di partito. Si invertono così i ruoli: fino a domenica scorsa il “frondista” era Hamon, oggi è Valls. Non solo, ma lo spettro di Macron rischia così di farsi ancor più minaccioso su quel che resta delle fette moderate di elettori socialisti: “Voterò Macron” hanno detto molti sostenitori.

Per i socialisti, però, è il tempo dell’unione e non sarà con l’indipendente Macron, ma con la Gauche dura e pura  di Jean-Luc Melenchon. Hamon lo ha già detto nel corso della serata: mano tesa verso il leader di sinistra per “une majorité gouvernementale sociale, économique et démocratique”.

La risposta, finora, era stata abbastanza fredda: “On peut même aller boire un café, mais pour quoi faire?”. Ieri sera però, c’è stata una prima apertura. Dopo aver accolto la sconfitta di Valls , il candidato ha espresso la sua “soddisfazione” che Benoît Hamon abbia usato “parole così vicine alla nostre”, perché, spiega, “nella lotta politica, è essenziale iniziare espandendo l’area di utilizzo delle parole che usiamo “ .

L’altro possibile alleato a sinistra a cui il nuovo candidato socialista si è rivolto è Yannick Jadot, il candidato designato dagli ambientalisti. Nelle ultime settimane piuttosto vicino a Hamon, anche per un progetto politico ecologista tutto sommato condiviso. La mano è tesa, adesso sta a tutta la sinistra decidere di fare causa comune.

La partita è appena cominciata, Valls è stato messo sullo sfondo, e sarà Hamon ad essere artefice del proprio destino. Un’uscita al primo turno delle presidenziali, inevitabilmente rimescolerebbe le carte. Le forze centrifughe sono all’interno del partito stesso. A destra, bussano alla porta del brillante giovanotto di “En Marche!”, ma anche a sinistra serve a tutti i costi un’apertura del vecchio “barone rosso” della Gauche.

Nel mezzo la pressione dei sondaggi. Hamon sa che non può permettersi di avvelenare il proprio cammino con idee di “voto utile” come è stato per le amministrative dell’anno scorso. Non potrà farlo contro Le Pen, né con Melénchon né con Macron. In conclusione il nuovo candidato è all’inizio di un percorso molto complicato, ma può contare su una serie di elementi a favore.

Il primo sta nella tradizione socialista: “la gauche ne peut pas gagner une présidentielle sans la jeunesse” diceva Mitterrand e Hamon ha vinto tra i giovani. Il secondo sta nella sua capacità di essere al contempo un “’apparatchik” socialista ed un innovatore. Uscito al momento giusto dal governo Hollande, diretto, partecipativo. Soprattutto rappresenta una figura sufficientemente  preoccupante per Melénchon, e questo può giocare a favore di un’idea di sinistra unita.

Lorenzo Carchini

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