Ticino, passa il referendum contro i frontalieri italiani

Anche i lùmbard sono i terroni di qualcun’altro, gli “extracomunitari” che vogliono “rubare il lavoro” a qualcuno che vive più a Nord di loro.

Così, almeno, la pensa la maggior parte dei ticinesi, che la scorsa domenica hanno deciso, tramite referendum, di votare a favore per la proposta di modifica della Costituzione cantonale – denominata appunto, “Prima i nostri!” – di privilegiare l’assunzione lavorativa di un cittadino svizzero rispetto a quella di un lavoratore straniero. Nel caso specifico non marocchini o indiani, bensì degli oltre 60mila “transfrontalieri” italiani, nella maggior parte lombardi, che ogni giorno varcano il confine italo-svizzero per recarsi al lavoro.

Gli elettori ticinesi che hanno votato a favore della proposta “Prima i nostri”, avanzata e sostenuta dalla formazione xenofoba Unione di Centro (Udc) e dalla nazionalista Lega dei Ticinesi, sono stati la larga maggioranza, oltre il 58%. Risultato omogeneo in tutti i cantoni del Ticino, con punte di oltre il 60% a Lugano e, al contrario, con il 51% a Bellinzona, città lontana dal confine.

Insomma, c’è una certa allergia agli italiani dalle parti di Lugano. Basti ricordare che anche nel febbraio del 2014 si tenne un referendum nazionale per l’adozione di “quote massime di lavoratori stranieri”: il “sì” passò a larga maggioranza in tutto il territorio nazionale, toccando i picchi più alti proprio nel cantone a lingua italiana (dove superarono il 68%). La consultazione rimase però lettera morta, visto il parere contrario dell’Unione Europea.

Questa volta i ticinesi ci riprovano, sperando che le aspettative referendarie non vengano disattese: un segnale inquietante, di un’Europa sempre più disgregata ed in difficoltà, a soli tre mesi da Brexit. Fortunatamente, anche stavolta, l’iter di approvazione del risultato referendario è tutto in salita: in primis perché il problema non è poi così sentito come l’Udc e la Lega dei Ticinesi vogliono far credere, vista la bassa affluenza – solo il 45% degli aventi diritto si è recato alle urne. Ma, cosa più importante, il referendum ha natura puramente consultiva: in Svizzera le decisioni in materia di lavoro non spettano ai cantoni, ma al Parlamento nazionale, la cui maggioranza è largamente contraria ad applicare le disposizioni referendarie, che contrastano sia con gli accordi internazionali ed europei, sia con la legge federale.

La decisione più che natura giuridica, ha quindi una forte valenza politica. E aumenta la tensione tra Roma e Berna. L’europalramentare Lara Comi ha chiesto al commissario competente Marianne Tyssen la “sospensione immediatamente di tutti gli accordi in vigore tra l’Ue e l’Italia”. Il Ministro degli esteri Paolo Gentiloni invece definisce “a rischio”i rapporti tra la Svizzera e l’Unione Europea.

Veniamo poi alle reazioni dei leghisti, che si riscoprono essere il sud di altri territori. E che oltre Como C’è vita. Nonostante la cautela del Presidente lombardo Roberto Maroni (“La regione Lombardia predisporrà le contromisure necessarie per tutelare i diritti dei nostri concittadini lavoratori”), anche dentro la lega c’è chi esalta il risultato della consultazione ticinese, anche se penalizza i lavoratori italiani che tanto stanno a cuore a Salvini e soci: Paolo Grimoldi, deputato leghista, sostiene che quella ticinese è “una lezione da accettare”, che è “doveroso accettare quello che decide il popolo”, che “tutti gli stati europei stanno cercando di proteggere i lavoratori autoctoni, quelli che non lo fanno siamo noi in Italia, con Renzi e la Boldrini che vogliono riempirci di immigrati per togliere il lavoro agli italiani”.

Forse, però, agli svizzeri, ticinesi in particolare, più che a cuore i lavoratori, non stanno tanto simpatici gli italiani; visto che hanno bocciato la proposta “Basta col dumping salariale” voluta dalla formazione di sinistra “Movimento per il socialismo”, che chiedeva di potenziare i controlli sul lavoro per bloccare l’abbassamento dei salari aumentando il numero degli ispettorati di lavoro e le risorse ad esso conferite. E anche a livello federale sono state bocciate due proposte, la prima mirata a diminuire il consumo di risorse (denominata “per un’economia verde”), la seconda, fortemente voluta dai sindacati, tesa ad aumentare le pensioni.

@pellini_giacomo

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