Sbilanciamoci! lancia il Workers Act

Il Workers Act è il frutto di un lavoro collettivo di economisti e attivisti promosso dalla campagna Sbilanciamoci! Il suo sottotitolo – le politiche per chi lavora e per chi vorrebbe lavorare– è emblematico riguardo la filosofia di tale lavoro: quella di una proposta alternativa che esprima il punto dei vista dei lavoratori, in opposizione al Jobs Act del governo Renzi, che esprime solamente quello delle imprese.

Il Jobs Act è strettamente collegato alla visione neoliberista secondo cui il lavoro non è altro che una merce da scambiare sul mercato, ed è in linea con quel percorso di “riforme” iniziato verso la fine degli anni ’90, volte a flessibilizzare e a precarizzare sempre di più il mercato del lavoro, che ha portato a una compressione di salari e di diritti.

Dagli anni ’90 i governi di centrodestra e centrosinistra hanno progressivamente svuotato il “virtuoso” modello di lavoro del nostro paese frutto delle lotte dei lavoratori degli anni ’60 e ’70 – il cui apice fu l’approvazione dello Statuto dei Lavoratori nel 1970. Nel 1997 il Pacchetto Treu– Ministro del Lavoro del governo Prodi – introdusse per la prima volta alcune forme di lavoro interinale, oltra ai cosiddetti Co.Co.Co – contratto a collaborazione continuata e collaborativa, dove il lavoratore è de iure un autonomo, ma de facto un dipendente senza i benefit dello stato dei lavoratori. La legge Biagi del 2003 – approvata dall’allora governo Berlusconi – introdusse oltre 45 nuove tipologie di lavoro atipico, dando vita alla cosiddetta “giungla contrattuale” che avrebbe poi comportato un abbassamento del costo del lavoro, un arretramento delle tutele lavorative e un aumento della flessibilità in uscita. Nel 2012 e nel 2014 il Decreto Fornero e il Jobs Act contribuirono quasi ad eliminare le tutele previste dallo statuto, quale l’articolo 18, relativo al licenziamento per “giusta causa”. Il Jobs Act introduce il cosiddetto “contratto a tutele crescenti”, che di fatto non è un contratto ma l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, relativo al reintegro sul posto di lavoro per chi è stato licenziato senza “giusta causa”, reintegro che veniva deliberato da un giudice dopo un attento esame.

Per gli assunti dopo il 7 marzo 2015 non si applicherà più l’articolo 18. L’istituto del reintegro è stato infatti sostituto da un indennizzo pari a massimo 24 mensilità. La reintegrazione sarà da ora possibile solo nei casi di licenziamento discriminatorio, sempre che questo venga provato in sede giudiziale. Inoltre con il Decreto Poletti il contratto a termine diviene la regola: prima del 21 marzo 2014 il datore di lavoro doveva avere delle ragioni giustificatrici per somministrare il contratto a termine. Ora le ragioni giustificatrici sono scomparse e la regola diventa il contratto acausale di durata fino a 36 mesi. Insomma quello che si fa con l Jobs Act è proclamare l’aumento dell’occupazione stabile, ma in pratica introdurre ulteriori forme di precarietà e di flessibilità.

Quello che dichiarano politici e membri del Governo è che la flessibilizzazione e la liberalizzazione del mercato del lavoro comportino un aumento della produzione e dell’occupazione, nonché una ripresa degli investimenti. Secondo tali individui il mercato del lavoro italiano sarebbe troppo rigido, e solo una maggiore flessibilità aumenterebbe l’occupazione e stimolerebbe la produttività. I dati però dicono il contrario: dall’approvazione del Decreto Fornero la disoccupazione è andata aumentando nel nostro paese – e secondo le stime del Def nel 2060 raggiungerà il 7%, un livello più alto di quella del 2008 (6,8%). Ciò che è diminuito sono le tutele per oltre 20 milioni di lavoratori. Tali liberalizzazioni avrebbero avuto l’effetto di invertire il rapporto tra capitale e lavoro in Italia e in Europa. La concorrenza sfrenata tra lavoratori – dovuta alla manodopera proveniente dai paesi dell’Est Europa e del Nord-Africa – e la delocalizzazione di impianti produttivi e imprese verso paesi che presentano regimi fiscali più vantaggiosi hanno contribuito alla “rincorsa verso il basso” che ha contribuito a peggiorare i diritti del lavoro nel nostro continente, questo in nome di quella “competitività” che non fa altro che creare guerre tra poveri e mettere i lavoratori gli uni contro gli altri, indebolire i sindacati e frammentare il mondo del lavoro.

E con la gestione della crisi attraverso le politiche di austerity vediamo che in Europa aumentano non solo la disoccupazione e la precarietà esistenziale, ma viene di fatto svuotata la democrazia, attraverso il commissariamento dei Governi dei paesi dell’Europa del sud da parte dei funzionari della Troika, che si sostituiscono a chi di dovere nel gestire l’economia. La vittoria di Syriza in Grecia e l’avanzata di Podemos in Spagna hanno sicuramente contribuito a evidenziare il problema e avviare un cambio di rotta. Ma la partita è ancora aperta.

Quali sono quindi le proposte alternative del Workers Act? In primo luogo favorire politiche che aumentino l’occupazione, soprattutto attraverso il blocco dell’austerity e politiche di sostegno alla domanda.   In sintesi, secondo il Workers Act, servono politiche pubbliche chiare di sostegno alla domanda e di riconversione ecologica che non deleghino alle grandi aziende la scelta delle politiche economiche.

Servono quindi politiche industriali orientate alla transizione ecologica e ai bisogni collettivi – edilizia scolastica, trasporti, salute ecc.. – una riforma della pubblica amministrazione, l’implementazione di politiche redistributive da attuarsi attraverso la tassazione dei grandi patrimoni, il ripensamento del modello di produzione e di consumo basato non più sul consumismo ma sulla sostenibilità ambientale e un’inversione di tendenza a livello europeo delle politiche di austerity e la creazione di un’ Europa solidale e federale.

Vediamo in sintesi quali sono le proposte di Sbilanciamoci!:

1-Politiche pubbliche attive per creare nuovi posti di lavoro e più occupazione. Secondo Sbilanciamoci! Il mercato non potrà mai provvedere da solo a risolvere il problema. Per questo lo stato diverrebbe divenire un “occupatore di ultima istanza”, promuovendo un Piano per il lavoro in settori chiave dell’economia. Con un investimento di 5 miliardi è stato stimato che si potrebbero creare oltre 250mila posti di lavoro. Un piano di investimenti pubblici potrebbe sostenere i settori “emergenti” e sani dell’economia, come l’agricoltura biologica, la finanza etica o la cultura indipendente. La creazione di un’Agenzia pubblica per il lavoro potrebbe gestire l’avvio di nuovi piani occupazionali. Una riduzione dell’orario di lavoro e una sua calibrazione contributiva potrebbe redistribuire il lavoro. La stabilizzazione dei lavoratori delle pubbliche amministrazioni migliorerebbe la qualità e la quantità del lavoro. Inoltre un aumento dei posti del Servizio Civile nazionale contribuirebbe a introdurre nel mercato del lavoro molti giovani che attualmente sono fuori.

2- Nuovi diritti e garanzie per chi lavora. Si propone innanzitutto l’abolizione delle modifiche all’articolo 18 e la tutela dei contratti nazionali attraverso l’abolizione dell’articolo 8 del D.l 138/2011. Una riduzione delle tipologie contrattuali contribuirebbe alla diminuzione dei lavori precari, quali quelli collegati al job on call e lo staff leasing. Una legge che agganci il salario minimo ai minimi contrattuali consentirebbe di la retribuzione minima anche ai lavoratori sprovvisti di contratti esistenti, di tutelare la contrattazione nazionale e di evitare che questo si traduca in un gioco al ribasso dei livelli retributivi più bassi previsti dai contratti. Più tutele per i lavoratori autonomi e la sottrazione di quest’ultimi alle partite Iva. Tutelare i praticanti e il praticantato attraverso la creazione di un contratto collettivo nazionale  e una riforma della rappresentanza di tale categoria. Una retribuzione minima –  non meno di 400 euro – per gli stagisti ed i tirocinanti.

3 – Politiche di sostegno al reddito e la creazione di un nuovo Welfare moderno. Una riforma del sistema pensionistico, attraverso l’erogazione di un assegno sociale tra i 460 e i 640 euro, pagato attraverso la fiscalità generale e non con i contributi del lavoratore, permetterebbe di abbassare le aliquote pensionistiche, cosa che permetterebbe al lavoratore di godere di più dei frutti del proprio lavoro. Un reddito minimo universale e incondizionato per tutti potrebbe rendere più sostenibile modalità di lavoro intermittenti. Il reddito minimo contribuirebbe a riscattare il lavoratore da lavori poco dignitosi e sottopagati, nonché alla redistribuzione primaria dei redditi . Un assegno di maternità universale e incondizionato che comprenda 5 mesi di contributi da distribuire su entrambi i genitori, pagato con la fiscalità generale. Inoltre un nuovo rapporto tra saperi e lavoro, da ottenere attraverso nuovi investimenti nel settore dell’istruzione e interventi a sostegno dell’edilizia scolastica e della ricerca porrebbero le basi per la creazione e la formazione di un’occupazione qualificata e non ricattabile e darebbero impulso alla riconversione del nostro modello produttivo in chiave ambientalmente e socialmente sostenibile.

@pellini_giacomo

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