La cultura misera di chi offende Carlo Giuliani non è più minoritaria

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Apro Facebook la sera del 20 luglio e tra le news leggo di un consigliere comunale di Ancona, Diego U., che avrebbe insultato Carlo Giuliani. Prima un articolo del Corriere della Sera, poi i post critici di Fratoianni, Frankie Hi-Nrg, Ascanio Celestini (tra gli altri) ecc. Insomma la cosa non può che colpirmi. Leggo il post incriminato ed effettivamente è di una violenza notevole e a prima vista incomprensibile. Poi mi domando: siamo sicuri che questa visione sia così minoritaria?

di Nicola Cucchi

Partiamo dall’intervento.

«Estate 2001. Ho portato le pizze tutta l’estate per aiutare i miei a pagarmi l’università e per una vacanza che avrei fatto a Settembre. Guardavo quelle immagini e dentro di me tra Carlo Giuliani con un estintore in mano e un mio coetaneo in servizio di leva parteggiavo per quest’ultimo. Oggi nel 2017 che sono padre, se ci fosse mio figlio dentro quella campagnola gli griderei di sparare e di prendere bene la mira. Sì sono cattivo e senza cuore, ma lì c’era in ballo o la vita di uno o la vita dell’altro. Estintore contro pistola. Non mi mancherai Carlo Giuliani».

Il consigliere Diego U. si affretta a chiedere scusa, ancora prima che crescano le proteste. Persino la segreteria del PD lo richiama. L. Guerini ha subito chiesto alla Commissione di garanzia di prendere i provvedimenti necessari per sanzionare l’accaduto. Ieri, lunedì 24, è stato ufficialmente espulso dal Partito. In ogni caso Diego ribadisce: “le forme erano sbagliate ma il concetto resta”. Ed è il concetto che ci interessa.

In questo momento ci interessa capire quale cultura esprime questa critica volgare a un simbolo riconosciuto della ribellione di quindici anni fa, diventato suo malgrado martire di un movimento fondamentale per una generazione.

Lasciamo perdere le forme del tutto terroristiche con cui Diego U. si è espresso: “avrei gridato a mio figlio di prendere meglio la mira..”. Lasciamo perdere tutto quello che ci sarebbe da dire sulla evidente mancanza di analisi della situazione in cui avvenne quello sparo. Come al solito l’evento viene manipolato perché radicalmente decontestualizzato da quello che stava accadendo quei giorni a Genova; in questo senso rimandiamo al lungo approfondimento pubblicato su Wu Ming Foundation nel luglio 2012.

E infine lasciamo anche da parte le ipotesi su cosa lo abbia spinto a questo intervento becero, accuratamente pianificato per entrare nelle cronache nazionali. Non c’è spazio per ingenui nella società della comunicazione.

Il problema è proprio la “visione del mondo” raccolta nell’incipit della frase. A livello di prospettiva sulla società e sulla politica, tutto gira intorno a una polarizzazione forzata tra “chi porta le pizze” e “chi ha l’estintore”, che purtroppo è molto più condivisa di quello che pensiamo.

 

Quelli che ben-pensano. Estate 2001, ho portato le pizze per tutta l’estate….”

Questa frase mi ha colpito da subito e mi è sembrata la chiave di questa “narrazione tossica”. Diego U. divide la sua generazione in due grandi gruppi: chi quell’estate lavorava per pagarsi gli studi e le vacanze e chi perdeva tempo a protestare, perché evidentemente se lo poteva permettere. Come se protestare fosse un privilegio di pochi, una cosa da perditempo. Mentre i “bravi ragazzi” si “facevano il mazzo” per costruirsi un avvenire, questi “Black Block” mettevano a soqquadro una città per il piacere di ribellarsi, perché se lo potevano permettere. 

E il problema a questo punto non è più Diego U, ma quella larga parte di società che ha accettato questa versione. Questa frase è interessante proprio perché intercetta perfettamente, anche con la sua violenza affilata, un sentire comune diffuso grazie a un racconto totalmente manipolato di quei giorni e di quel movimento. Una manipolazione che si è trasformata negli anni in un’ombra su tutte le forme di protesta riprendendo anche implicitamente il refrain falsato del Pasolini che nel ’68 avrebbe simpatizzato per i poliziotti veri proletari, contro i manifestanti borghesi. Per questo rimando allo splendido approfondimento di Wu Ming 1 che smonta in modo magistrale questa visione, restituendoci un Pasolini perseguitato dai tutori dell’ordine. Diego insomma si è fatto portavoce di un punto di vista molto diffuso, non solo a destra.

 

Chi porta le pizze, chi ha l’estintore, chi prende bene la mira e spara al cuore

La realtà è che l’Italia si è prestata nell’estate 2001 a una strategia internazionale di repressione violenta di un movimento che stava costruendo e proponendo un ordine alternativo. Così la riduzione mediatica di quel movimento a mera manifestazione di disordine, ha squalificato la possibilità stessa di confliggere e proporre un equilibrio alternativo, portando la maggioranza della società – e della mia generazione in particolare – a convincersi che non vi siano opportunità diverse dallo stato di cose presenti. La sconfitta nella memoria e nel senso comune in questa ottica è stata il compimento della strategia di mistificazione, perché ha impedito alla radice la nascita di qualsiasi forma di dissenso diffuso.

Insomma “Ho passato l’estate a portare le pizze” è il nuovo “Chi non lavora non fa l’amore”, cantata contro l’ondata di scioperi a fine anni Sessanta. “Chi porta le pizze” costruisce il suo futuro e il futuro dell’Italia, “chi ha l’estintore” vuole solo distruggere l’avversario e per di più è un mantenuto della società (per non dire parassita). Questo sembra esprimere il discorso, parafrasando in modo palese il refrain renziano. Questa narrazione volgare della realtà mi ha fatto venire in mente il singolo di Rino Gaetano uscito nel 1975, “ma il cielo è sempre più blu” che riesce molto bene a scardinare la polarizzazione, facendo emergere che tutte le contraddizioni di una società odierna in cui lo sfruttamento viene accettato come destino inevitabile, soprattutto evidenziando che spesso le fatiche non bastano a fare successo.

 

Il “cielo sempre più blu” di un’Italia spoliticizzata

La realtà è che siamo una generazione che, sotto il ricatto del licenziamento – del “tutti sono sostituibili”, sta accettando un abbassamento delle condizioni di lavoro che sarebbe stato impensabile anche solo vent’anni fa. E allo stesso tempo, molti di noi non concepiscono, quasi non sopportano, la possibilità di confliggere per raggiungere obiettivi comuni, per costruire un punto di vista alternativo. La domanda diventa: perché ciò sta avvenendo senza che buona parte dei soggetti sfruttati riescano ad esprimersi politicamente?

Perché la “spoliticizzazione culturale” causata dall’espansione della logica del mercato ad ogni sfera della vita ci ha derubato dell’idea stessa di conflittualità sociale, un principio fondamentale della civiltà democratica antifascista. Se non pensi sia possibile confliggere – sia a livello sindacale, che politico – hai due strade: emigrare o accettare le condizioni che il mercato (im)pone in quel luogo in quel momento. Ed è quello che stiamo facendo.

Il punto è prendere atto che questa posizione a priori a difesa dell’ordine è diventata ormai ampiamente maggioritaria in una società sempre più anziana, impaurita dai cambiamenti repentini, in cui i giovani sono sempre più minoranza chiusa in un circuito di subalternità senza via d’uscita. Quindi più che additare il consigliere ex PD, credo sia necessario prendere atto di questa condizione e farsi carico di dimostrare il contrario. La sua espulsione da un lato sembra necessaria e inevitabile, ma dall’altro risulta inutile e ipocrita, rispetto a un partito che ha voluto esplicitamente chiudere ogni ponte con memoria e pratica conflittuale.

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