Per contrastare Salvini la sinistra non può appiattirsi sul pensiero liberal

Sembra un fiume in piena, questo Salvini. Modella l’agenda setting del paese a suo piacimento, spostando il dibattito pubblico sui temi più congeniali alla sua narrazione propagandistica. Disarticola e fa egemonia nel blocco sociale delle opposizioni, così come in quello degli alleati di governo.

di Adriano Manna

In questo primo mese e mezzo di governo, il Ministro dell’Interno si è trovato dinanzi a due tipi di opposizioni, entrambe debolissime e strutturalmente incapaci di generare un’alternativa di governo per il paese.

 

L’opposizione politica a Salvini

L’opposizione politica a Salvini, in questo primo scorcio di legislatura, è stata difficilmente identificabile.

Quel che rimane della sinistra (anche volendo includervi il Partito democratico) sembra completamente inadeguata a questo ruolo (rimandiamo ad altra sede l’analisi di questo aspetto). Paradossalmente l’unica opposizione “in potenza” sul piano politico-parlamentare potrebbe provenire dal suo partner di maggioranza, il Movimento 5 Stelle, complessivamente subalterno al Carroccio ma con un disperato bisogno di affermare anche solo parzialmente il suo profilo nell’azione di governo.

Il “decreto dignità”, in qualche misura, rappresenta proprio la necessità di affermare provvedimenti che vadano nella direzione di soddisfare le esigenze del blocco sociale che ha sostenuto i pentastellati nelle ultime elezioni. Qui si apre una divergenza di interessi importante con la stessa Lega, che ha in Confindustria il suo partner principale, e in questa chiave potenti alleati anche tra i banchi delle opposizioni nelle aule parlamentari (Forza Italia, FdI, PD sono pronte ad ostacolare il provvedimento).

Parlare di opposizione, almeno su alcuni temi, all’interno della stessa maggioranza potrebbe apparire un paradosso, ma in un sistema parlamentare non è follia se intendiamo il processo politico in chiave dialettica.

Il tema dell’opposizione a geometria variabile, proposto recentemente da Stefano Fassina in riferimento proprio al “Decreto dignità” per quanto concerne la strategia da adottare da ciò che rimane a sinistra del PD, non è assolutamente un ragionamento che possa essere liquidato con facili battute, ma meriterebbe quanto meno un approfondimento.

 

L’opposizione sociale a Salvini

Sarà estremamente difficile in questa cornice, per le forze sociali del nostro paese, sviluppare una forte opposizione al Carroccio e più in generale al Governo.

Partiamo dai sindacati: i confederali (CGIL, CISL, UIL) vengono da una lunga stagione di genuflessione ad ogni tipo di ristrutturazione neo liberista del mercato del lavoro. Il livello delle tutele dei lavoratori negli ultimi 15 anni è crollato miseramente, e mai i sindacati hanno voluto/potuto promuovere un’opposizione degna di questa nome, piuttosto in molti casi hanno addirittura sostenuto la spinta “riformatrice” quando questa proveniva da governi di centro-sinistra.

Il Decreto dignità di Di Maio, in questo senso fa “scacco matto”: si tratta di un provvedimento che non porta alcuna modifica sostanziale all’impianto del Jobs Act, ma propone solamente alcuni marginali accorgimenti volti a calmierare gli effetti più violenti dell’attuale conformazione del mercato del lavoro.

Tuttavia, nella sua parzialità, rappresenta comunque un’inversione di tendenza principalmente sul piano simbolico rispetto agli ultimi anni. Difficile a questo punto per i confederali raccogliere la credibilità necessaria per aprire in questo paese una stagione di conflitto sociale (a patto che mai la desiderino, e che ne siano ancora capaci).

Diverso il discorso per chi non si è compromesso, come il sindacalismo di base. Non è un caso che le prime manifestazioni di massa provengano ora da questi settori, che però rappresentano solamente segmenti parziali (ma in alcuni casi molto avanzati) della forza lavoro complessiva.

 

L’opposizione della società civile a Salvini e l’assenza di una sinistra di classe

Le campagne di intellettuali, riviste liberal, e artisti vari, vengono in questa fase inevitabilmente sovrapposte all’opposizione politica e culturale che dovrebbe fare la sinistra, e questo è un problema enorme, soprattutto nella percezione collettiva.

La società civile che si sta iniziando a mobilitare in queste settimane ha per sua natura una connotazione di classe ben precisa: rappresenta principalmente le pulsioni del ceto medio/alto urbano riflessivo, culturalmente cosmopolita e socialmente progressista nell’accezione liberal meno radicale.

La narrazione che può mettere in campo questa società civile, è esattamente quella più congeniale al consolidamento dell’egemonia leghista negli strati popolari italiani, perché costantemente subalterna e inserita inconsapevolmente nei binari di un discorso narrativo che tende a contrapporre il proletariato e sottoproletariato italiano con la nuova forza lavoro che entra nel paese tramite i flussi migratori.

Questo è un problema enorme, che si manifesta non certo per colpa di questa borghesia riflessiva, ma per l’assenza ormai strutturale di una sinistra di classe nel dibattito pubblico italiano.

Il rischio è la saldatura percettiva, già in corso nel paese, della questione migratoria con quella sociale degli strati popolari.