Perché crediamo alle “fake news”: le politiche dell’informazione digitale

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Fino all’ultima “bufala”. La funzione regressiva delle fake news nelle politiche dell’informazione digitale.

Chiunque voglia fare politica oggi è costretto a prendere atto che la nuova arena in cui si combatte la battaglia per l’egemonia è internet nella sua versione social. Non a caso questa nuova piazza virtuale subisce una continua manipolazione da parte di una miriade di soggetti più o meno occulti, che vogliono guadagnare con i “click facili” modellando il senso comune in chiave regressiva.

di Enrico Strano e Nicola Cucchi

Qui riprendiamo un tentativo di reazione da parte di Leonardo Bianchi, giornalista di Vice Italia, che denuncia una delle ultime fake news che hanno raggiunto il successo delle cronache.

La notizia è di una gravità inaudita: una bambina musulmana di 9 anni è stata violentata dal “marito” di 35 anni, in quel di Padova. I quotidiani locali (non tutti) riprendono il fatto. Poi arrivano alcuni quotidiani nazionali, e con loro i commentatori “politicamente scorretti” (uno di loro titola: “Le molestie di Allah”). Immancabile subentra la polemica politica, che sfocia nel solito status indignato di Matteo Salvini. La Zanzara di Radio24 fiuta il sangue e ci apre una puntata. Così tutti la sfera mediatica sembra confermare l’esistenza di uno scontro di civiltà in atto. Ma c’è un lieve problema: in questa storia di Padova non c’è nulla di vero.

 

 

Cos’è una fake news? E cosa c’entra con la ‘post-verità’?

Per i meno aggiornati, non nativi digitali, il mestiere del bufalaro, nobile e antico, è tornato assai di moda in questa ultima transizione digitale del sistema informativo, oltre ad essere diventato estremamente redditizio. Inventare fake news è un mestiere che non conosce crisi ed è in fase di espansione, proprio grazie a tecnologie sempre più smart, a basso costo e facilmente reperibili in ogni mercato: gli smartphone. È un mestiere in cui il guadagno cresce a suon di like e che si sta rapidamente diffondendo, anche a causa di un exploit dei lavori freelance, da casa e in outsourcing.
Il successo di questo business si inserisce in una nuova fase della “manipolazione giornalistica” intesa come management dell’opinione pubblica, definita da molti: “post-verità”, che sta sancendo il fatto che abbiamo raggiunto un vicolo cieco della comunicazione: politica e sociale. Traducendo dal dizionario Oxford, la Post-verità viene definita come: ‘condizione in cui l’opinione pubblica si forma più su appelli all’emozione o alla credenza personale che con riferimento ai fenomeni reali’.

Le “fake news” e più in generale la “post-verità” si inseriscono in un periodo segnato dalla preminenza dei social network come spazio privilegiato della nuova comunicazione di massa, che alimenta più di ogni altra cosa il business dell’informazione manipolata. Così si costruisce quotidianamente una cornice di convinzioni del tutto slegate dai fenomeni reali, eppure in grado di muovere la bilancia del voto sotto le elezioni, orientando politica e società.

La diffusione di uno certo linguaggio può esplodere nei vari dispositivi tecnologici a disposizione, grazie a catene comunicative basate su una elevata affidabilità riposta nei nuovi canali dagli utenti. I soggetti produttori di fake news sono consapevoli degli “immaginari sociali” prevalenti grazie a precisi strumenti di profilazione, così riescono a calcolare la verosimiglianza di una data notizia all’interno di un determinato orizzonte sociale e ottenere consenso. La “bufala” quindi diventa un business garantito in termini di click e rientri pubblicitari e una forma di pressione politica difficile da arginare nella capacità di costruire nuovo senso comune, basta che il suo contenuto sia verosimile.

 

Partecipazione e nuove gerarchie nell’informazione digitale

Il settore dell’informazione, e in generale della cultura, fino agli albori di internet, aveva un grande compito: divulgare la conoscenza, ricostruendo le informazioni al fine di proporre interpretazione della realtà e quindi costruendo “verità”. Case editrici, testate giornalistiche, università, provvedevano a creare enciclopedie, collane, riviste che costituivano i riferimenti culturali in una data visione del mondo.

Lo sviluppo di Internet ha sostanzialmente modificato il sistema dell’informazione e della conoscenza, trasferendo, di fatto, nelle mani dei singoli attori sociali il compito della divulgazione della conoscenza. All’acquisizione di un maggiore ruolo da parte dei singoli utenti è corrisposta una vasta redistribuzione del potere d’indirizzo dai gruppi editoriali nazionali – spesso legati ai soggetti politici di riferimento – a multinazionali di rilievo mondiale, pensiamo solo a google e facebook.

Internet è utilizzato da tutti, dal semplice utente agli addetti ai lavori online, e coinvolge tutti nell’elaborazione dei contenuti messi a disposizione online. In questo modo si avvantaggia di una credibilità diffusa, fondata sulla convinzione che ognuno (nel percorso dei CC, Creative Commons) sia produttore di informazioni e costruttore di rete.

Prendendo parte alla vita dei social, scrivendo pagine di Wikipedia, intrattenendosi con gli amici su vari servizi e giochi disponibili online “partecipiamo” tutti/e a questa realtà in flusso continuo, come autentici “lavoratori della conoscenza”. Tuttavia, mentre da un lato la creazione dei vari wiki ha espresso una “potenzialità emancipatoria” rispetto al sapere accademico ed alla competenza editoriale, dall’altro i grandi motori di ricerca e i social hanno sancito il controllo privato di questo nuovo spazio pubblico virtuale, come spiegavamo in un articolo precedente su questo blog dedicato a facebook e politica.

In più, la sproporzione d’influenza tra “utenti famosi” e persone comuni fa cadere ogni “mito di orizzontalità” nella costruzione del sapere, facendo emergere la vera nuova istituzione della blogo sfera: l’influencer, a cui si affianca un alter-ego pensato per negarne il ruolo, il troll. Il primo, è un attore sociale in grado di modellare il pensiero di una grande quantità di utenti, l’altro tenta di ostacolarne la pressione, disturbandone le discussioni.

 

Fiducia e occultamento: come si costruisce il senso comune

I servizi digitali che utilizziamo tutti i giorni, riproducono quotidianamente un affidamento fiduciario ad una fonte esterna non verificata. Se fino a un decennio fa prevaleva ancora “l’ha detto la televisione”, questo principio oggi si trasforma in: “l’ho letto su Internet”.

Ciò è possibile grazie all’utilizzo di un meccanismo noto in psicologia: se si addormenta lo spirito critico è possibile propinare informazioni false in grandi quantitativi, facendo leva su sentimenti primari come la paura. Quando tutto ciò viene trasferito nell’ambito della comunicazione politica, come è già avvenuto nelle elezioni di Trump, questa strategia viene realizzata al fine di mutare l’esito di un’elezione.

In un recente articolo BuzzFeed News ha ricostruito una fitta rete di blog italiani che alimentano flussi di notizie false di orientamento spiccatamente discriminatorio e razzista. Esistono una miriade di pagine facebook abili a creare consenso denigrando l’immagine della sinistra descrivendola come entità separata dal popolo: “Sinistra, cazzate e Libertà”, “Figli di Putin” e “La via culturale”,  spingono molto sull’anti-intellettualismo utilizzando messaggi semplici, e spesso molto volgari. Altre come iNews24 e Diretta News, come ricostruisce “Il Post”, veicolano contenuti islamofobi e razzisti, occultandosi come generici siti di All News.

La strategia manipolatoria viene alimentata sui social tramite gli algoritmi che chiudono gli utenti dentro realtà virtuali sempre più assimilabili a gusti e tendenze politiche personali, escludendo la porzione di mondo non associabile.

 

Memificazione della realtà: l’ultima evoluzione della comunicazione social

La realtà dell’informazione non si riduce all’insieme di tutti i fatti, le modalità con cui questi vengono riportati sono determinanti. La loro disposizione in un articolo, le connessioni suggerite e le cose omesse esprimono pienamente la volontà manipolatoria del dispositivo informativo. Entrando in un esempio concreto: ogni fatto di cronaca nera anti-islamica si innesta in anni e anni di martellamento mediatico da parte di televisione, radio, giornalismo su questo argomento. Un fatto si impianta meglio su un terreno fertile, coltivato da anni e anni di campagne di informazione direzionata, come dimostra egregiamente Stefano Santangelo su Vice Italia nel pezzo: “Come la nuova destra sta vincendo la guerra italiana sui meme”.

Le istituzioni hanno gradualmente perso qualsiasi preminenza sull’interpretazione della società, tanto che oggi qualsiasi cosa può diventare informazione e trasmettersi viralmente, con un linguaggio che solo chi padroneggia quel canale sa dominare. Oggi chiunque può aprire un blog o scrivere su un social e avrà, a seconda delle sue competenze comunicative ed informatiche, un certo seguito.

Il meme arriva in questo preciso momento storico, come sostiene Alessandro Lolli in “Chi sono i memers: dopo anni di tv, giornali e radio, tutti abbiamo accesso ad informazioni massive, all’interno della quale è difficile orientarsi. Il meme è il maggior esponente delle nuove comunicazioni dirette ed è uno strumento molto utilizzato grazie alla sua efficacia. E’ breve, descrittivo, colpisce con uno slogan, e si può fare in casa; unici ingredienti necessari: la propria connessione e un pc, grazie ai diversi servizi gratuiti online di meme generator.

Il meme sulla sorella della Boldrini è un esempio tipico di fake news: per gli utenti era verosimile che la sorella della presidente della camera – così attiva su quei temi – si occupasse di migranti o di cooperazione e avesse usufruito di un importante aiuto da parte della sorella, ma tutto ciò era falso. Lucia Boldrini è venuta a mancare anni fa e non si è mai occupata di migranti.

 

Frammenti di un discorso politico

Se molti programmi Tv e giornali e blog non sanno parlare in modo approfondito dei fenomeni che accadono è perché la frammentazione dei discorsi, delle informazioni e dei saperi nell’epoca digitale ha creato un panorama estremamente diversificato e specialistico, in cui solo gli addetti ai lavori riescono a districarsi.
Molti utenti di internet usufruiscono delle informazioni che vengono dalla rete senza conoscere i meccanismi di elaborazione e diffusione tipici del web, e provano a ricomporre in un puzzle ideale i brandelli di informazioni che vedono sullo schermo. In questo caos sono in tanti a voler vendere un punto di vista ben preciso, ben confezionato, che propone i “fatti così come sono”, perché comprendono l’esigenza diffusa di risposte chiare a problemi complessi.

Il venir meno di ogni forma di “mediazione istituzionale” colpisce a pieno anche l’informazione e lascia annegare nel mare del “mercato delle notizie” masse sempre più frammentate e disorientate. Dunque non è un caso che una parte importante di comunicazione politica sul web si serva di una narrazione breve e semplificata, per divulgare informazioni false, ma verosimili e quindi condivise. Il punto, secondo noi, è che non ci si può più limitare a smascherare le notizie false, ma si tratta di far emergere “la costruzione politica della bufala” per andare al fondo del suo successo.

A nostro avviso, l’affermazione di nuovi media nel mondo della comunicazione digitale – compresa la “memificazione” della comunicazione politica – non è, in sé, un’aberrazione, al contrario potrebbe essere ribaltata e utilizzata in chiave progressiva. Tuttavia, invece di assecondare il qualunquismo dominante verso ogni residuo istituzionale, abbiamo il compito di creare nuovi anticorpi istituzionali, che pongano le condizioni per agire in senso progressivo sul senso comune. Certamente la decostruzione dei processi manipolatori resta il primo passo. Per questo sono lodevoli i tentativi di demistificazione proposti da una serie di blog – come Valigia Blu, Tagli e Associazione Carta di Roma.

La fuga dalle “piazze virtuali” non impedirà a chi le governa di continuare a modellare il pensiero degli utenti con le tremende conseguenze che tutti riscontriamo, dunque essere presenti con un messaggio diverso può fare la differenza. Chiudiamo dunque con alcune foto tratte dall’ultima campagna lanciata da Sinistra Italiana intitolata Ribaltiamo i Luoghi Comuni, con cui si entra nell’arena social tentando di utilizzare i meme per ribaltare i messaggi dominanti. Nella stessa direzione, pur nelle differenti visioni strategiche, va il lavoro portato avanti dal gruppo Senso Comune.