Renzology _ La conquista del partito di un professionista del potere (prima parte)

Dopo  le riflessioni sulla comunicazione di Salvini e Grillo, è arrivato il momento di completare il quadro del “Berlusconismo senza Berlusconi” e parlare della comunicazione di Matteo Renzi. Penso sia utile dividere l’analisi in due parti: una prima che racconti “la lotta per il potere” dal 2009 al 2013 e una seconda il “Renzi di governo”, con la conquista della segreteria nell’autunno 2013 e la deposizione del governo Letta nel febbraio 2014.

La discesa della parabola berlusconiana e un partito nato già vecchio

Il pd nasce nel 2007 durante il governo Prodi. L’Unione vince le elezioni nel 2006 con una manciata di voti, sostenuta da una coalizione estremamente eterogenea, che fa fallire ogni tentativo di intervento per i veti reciproci. Lo scopo del nuovo partito è di unire due componenti già vicine da tempo (Margherita e Ds) e così creare un forte catalizzatore, potenzialmente maggioritario, in quell’area; accantonando le grandi coalizioni dimostratesi fallimentari. Immediatamente però subisce una sconfitta schiacciante alle elezioni politiche del 2008, perché i suoi elettori, soprattutto a sinistra, puniscono il fallimento dell’esperienza di governo appena conclusa non andando a votare.

Dunque, nonostante un risultato singolarmente buono come partito (33%), complessivamente è una deblacle perché il centrodestra stravince. A ciò seguiranno le dimissioni di Veltroni, e dopo l’interregno di Franceschini, la segreteria Bersani/Letta.

E’ evidente però che non ci sono più le condizioni sociali ed economiche del 2001 a legittimare il centrodestra, perciò nonostante una maggioranza schiacciante in parlamento, la coalizione inizia a sfaldarsi nel 2010, perdendo Fini e riuscendo a restare in piedi solo con un’arrancante campagna acquisti.

Nell’autunno 2011, con la crisi finanziaria del debito italiano, si giunge alla fase finale della parabola berlusconiana e con essa del bipolarismo italiano. In quella circostanza prende in mano la situazione il Presidente della Repubblica Napolitano: non si va a votare con la caduta di Berlusconi, ma si insedia un governo tecnico presieduto da Mario Monti, appena nominato senatore a vita. Così si apre la fase delle grandi coalizioni che dura fino ad oggi, nonostante lo “spacchettamento” del centrodestra e l’ascesa del Movimento Cinque Stelle.

Renzi, presidente della provincia di Firenze, si impone nel dibattito pubblico candidandosi alle primarie per il comune nel 2009 contro la volontà del partito. Vince le primarie e viene eletto sindaco. Da questa scommessa (vinta) inizia l’ascesa alla segreteria di una stretta minoranza del partito, che si dimostrerà capace di conquistare un’organizzazione dall’identità molto confusa – socialdemocratici (post comunisti), liberali e cattolici sociali – in perenne crisi di leadership, e pieno di professionisti del potere che non avrebbero accettato di farsi sostituire.

Lo Stil Novo di LoRenzi il MagniFichetto “il futuro dipende da come noi vorremo raccontarlo”

Da sindaco di una importante città italiana, Renzi è presente spesso nei programmi televisivi per le sue doti comunicative, ma specialmente per il suo dissacrare sapientemente tutto quello che era stata la sinistra fino a quel momento.

Un profilo costitutivo della comunicazione politica (attuale e non) è una rappresentazione orientata, talvolta distorta, della realtà; tuttavia nell’epoca postideologica la manipolazione può assumere dei tratti grotteschi. Questo perché si è persa completamente la capacità di lettura e rappresentazione adeguata della società e si colma questo scarto con superficiali mitologie narrative, costruendo il “noi” su un nemico sempre più sfuggente ed evanescente.

Renzi è un esempio tipico di “politico di professione” che si rappresenta come “uno della società civile”. Fa politica da quando ha vent’anni ma questo non gli ha impedito un utilizzo disinvolto del linguaggio dominante dell’antipolitica generazionale e anticasta, per sostenere la scalata al partito e al governo. L’utilizzo di una parola pesante e violenta come “rottamazione” è pensato per “rompere lo schermo”, creare il caso mediatico. Tutti dovevano parlare di lui.

“Il mezzo è il messaggio”, questo è certo. Tutto, la strategia, la lotta, il programma, parte dalla comunicazione. Sul piano dello stile, propone esplicitamente al Pd di cambiare comunicazione: “Parliamo in modo comprensibile!” Tradotto nelle scelte strategiche significa: Berlusconi ha costruito il campo discorsivo in cui ci troviamo, ora noi dobbiamo essere capaci di ottenere il consenso con i suoi mezzi. Solo così non saremo più subalterni.

Berlusconi non comunica semplicemente bene, lui è capace di emozionare ed emozionando manipola! Dobbiamo capire l’importanza di tornare a emozionare. Renzi è consapevole che quello è lo spazio in cui muoversi, e scommette sulla crisi del figura cardine di questo sistema, per potersi imporre.

Così decide di strutturare il suo discorso per emozionare sempre e comunque, divertire, commuovere, ma mai riflettere, mai mettere in discussione una convinzione radicata nel proprio interlocutore. Ogni tanto alza il tono quando vuole comunicare un messaggio polemico, ma fa sempre vedere che “non si prende troppo sul serio”, “sfottendo” continuamente gli avversari per delegittimarli. In realtà queste scelte implicano l’aver introiettato la subalternità a Berlusconi, decidendo però di usarla attivamente per spodestarlo.

“il futuro è dei pionieri, non dei reduci!”

Renzi si propone quindi come personal trainer emotivo, il mental coach di un paese rassegnato dalla parabola declinante del capitalismo maturo. Quello che sta comunicando è: “non c’è niente da capire…devi lasciarti attraversare da questa energia emotiva!” per cui le parole d’ordine sono: speranza, fiducia, “il coraggio contro la paura”, cambiare, tornare a sognare, la bellezza salverà il mondo, “il futuro è nostro, prendiamoci il tempo”. Tutto si gioca su questo slancio vitale indefinito.

De Gregori cantava: “un futuro ingombrante, fossi stato un po’ più giovane, l’avrei distrutto con la fantasia…!” Il futuro proposto da Renzi è condivisibile da tutti proprio perché non è affatto ingombrante, ma si limita ad essere un contenitore vuoto che ognuno di noi può riempire a piacimento “con la fantasia”.

Rottamazione!!! “Negli altri paesi cambiano i leader e i partiti restano gli stessi, da noi cambiamo i simboli dei partiti ma i leader sono gli stessi”

Tutta la prima fase è improntata alla delegittimazione della politica di professione (strizzando l’occhio all’antipolitica) e all’identificazione della “novità giovane” come progresso in automatico. Questo è il linguaggio dominante e questo va utilizzato per sostituire i vertici del partito.

Una contestazione che passa ovviamente dal sostegno all’elezione diretta dei parlamentari, contro il Porcellum e le sue liste bloccate, e alle primarie sempre e comunque. La crisi della rappresentanza viene ridotta a un sistema elettorale, il cittadino a elettore, incasellato nei meccanismi del marketing politico.

In questo stralcio della prima Leopolda del 2010, intitolata “Prossima fermata Italia”, viene postulato per la prima volta il “linguaggio del coraggio”.

Renzi, fin dall’inizio interpreta in modo radicale, e in un certo senso autentico, la leggerezza della visione berlusconiana. E’ cresciuto con la tv commerciale di Berlusconi, ed è senza dubbio a quel pubblico che vuole parlare. Come Berlusconi investe molto sulla personalizzazione (incredibile come i suoi interlocutori lo chiamino sempre per nome) anche senza avere quella storia di successi imprenditoriali da sbandierare.

Nella società dello spettacolo il consenso va ottenuto con messaggi trasversali in cui si possano riconoscere più cittadini possibili e con strutture il più possibile leggere e flessibili. La forma-partito novecentesca è totalmente inadeguata e perciò va destrutturata. “Sono gli elettori che scelgono, bisogna aprirsi alla società.” Senza porsi il problema di come rideclinare la democrazia interna e l’elaborazione di una visione comune.

Racconta all’infinito la storia dell’“uno su mille ce la fa”, a prescindere dalle condizioni sociali in cui ci troviamo. La conseguenza inespressa è la classica retorica statunitense, che legittima le diseguaglianze con il discorso meritocratico “hai quello che ti meriti!!”. Perciò “non ha senso dividere l’imprenditore dal lavoratore, il pubblico dal privato!” Si confligge con chi ha posti senza merito, con chi vive di rendita, con i parassiti e con chi ha paura, chi non si fa carico di costruirsi il proprio successo.

@nickcooka

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