Renzology (seconda parte): “Il Centro sono io”.

“Il centrosinistra è morto, viva il Pd!” Oltre il bipolarismo

Dopo la vittoria di Bersani alle primarie di coalizione del novembre 2012 si va a elezioni nel febbraio 2013. Renzi non ha vinto, ma si è dimostrato un contender molto temibile, arrivando intorno al 40% al ballottaggio.

Le elezioni politiche del 2013 sono la pietra tombale sul bipolarismo italiano – sui progetti di centrodestra e centrosinistra – e sul Partito Democratico come soggetto catalizzatore dell’area di centrosinistra. La durezza della crisi economica fa cadere quel poco di fiducia rimasta nei partiti: la coalizione Pd-Sel si ferma al 29.4 %, Berlusconi subito sotto con il 29.1 %. Il 25% del Movimento Cinque Stelle significa ingovernabilità e fine dello schema bipolare.

In questa condizione il parlamento eletto non riesce a esprimere una maggioranza per sostenere un governo guidato da Bersani; al Senato infatti siamo molto lontani dai 158 voti necessari. L’incapacità di eleggere un nuovo Presidente della Repubblica impone le dimissioni al segretario Pd; a sostituirlo arriva Enrico Letta, che di fatto porta avanti il progetto del governo tecnico con personalità politiche. L’unica risposta che i partiti sono in grado di dare ai Cinque Stelle è un’altra grande coalizione.

L’exploit di Grillo e la caduta di Bersani aprono la strada verso la segreteria del partito al sindaco di Firenze. Le nuove primarie si tengono in autunno 2013, e Renzi stravince contro Civati e Cuperlo, personalità con un appeal mediatico non paragonabile al suo. La scalata si completa quando, dopo poche settimane, toglie la fiducia a Letta per sostituirlo personalmente alla Presidenza del Consiglio (a coalizione invariata).

Partito della nazione, un “upgrade” del partito pigliatutti

“il partito ha bisogno di allargarsi…non più inciuci in Parlamento come negli ultimi vent’anni…non c’è più spazio per i veti dei partitini”

L’affermazione incontrastata di Renzi, dentro il partito e come leader della grande coalizione rappresenta una risposta non solo del PD ma dell’intero sistema partitico postberlusconiano, sconvolto dall’ascesa inaspettata del Movimento Cinque Stelle, che esprime una proposta (di marketing) del tutto trasversale allo schema destra-sinistra.

Egli eredita un progetto fallito, “fare il partito catalizzatore del centro-sinistra”, che riformula in senso neocentrista come “partito della nazione”. “Scelta Civica” sale sul carro del vincitore, e immediatamente si forma un partito dei ministri berlusconiani, il “Nuovo Centro Destra”, quando è ormai palese l’uscita dalla politica di Berlusconi.

Il fatto che abbia ridotto gradualmente all’ininfluenza buona parte dell’opposizione interna, avvicinato alla sua orbita tutto il centro, e addirittura una parte di Forza Italia, depone a favore della sua capacità di leadership aggregante. La sua carta vincente è di rompere l’articolazione degli schieramenti affermatasi durante gli ultimi vent’anni: parlare come Berlusconi senza essere Berlusconi scompagina gli equilibri, e gli consente di presentarsi come nuovo principio ordinatore dello scontro politico.

Più volte si era polemizzato sul fatto che alla Leopolda non vi fossero bandiere del Pd. Alla fine la vittoria si è consumata quando Renzi ha trasformato il Pd in una grande Leopolda, imponendo i suoi uomini di fiducia nei posti chiave, e le sue parole d’ordine. “La sinistra che ha paura del domani non è una sinistra interessante!” ecco l’intervento finale alla Leopolda 2013, quando stava per diventare segretario.

In realtà lo scontro politico si costruisce a specchio e chi vi partecipa si influenza reciprocamente, in quanto partecipa al discorso pubblico. L’uno ha bisogno dell’altro, in un’epoca di identità politiche deboli, in cui il “noi” si costruisce in alternativa a un “altro” che si rifiuta.

Ai Cinque stelle, conviene avere un avversario forte che resti al governo e consenta loro di continuare a rappresentarsi come “forza antisistema”, perché governare ha dei costi di consenso, e inevitabilmente si scontenta qualcuno. Così come a Renzi conviene avere forze antisistema, come Cinque Stelle e Lega di Salvini, per potersi presentare agli elettori scettici come unica alternativa civile al disastro del paese.

Il partito della nazione è un upgrade del “partito pigliatutto” novecentesco che, in un’epoca totalmente postideologica, seppellisce il bipolarismo, e quello che rimaneva delle posizioni di destra e sinistra, esprimendo una proposta trasversale per chi vuole vincere.

Tapis roulant postdemocratico _ la “politica del fare” ovvero come muoversi restando fermi

Renzi, dopo tante promesse e altrettanti fallimenti dei partiti, vuole presentarsi come il leader che è riuscito a mettere in movimento un paese bloccato. Più volte gli abbiamo sentito dire: “basta con i dibattiti e con i convegni, bisogna cambiare pagina e passare ai fatti!!”

L’obiettivo narrativo è che l’elettore medio esclami: “dopo decenni di chiacchiere, finalmente arriva qualcuno che porta risultati.” Ormai non importa più quali risultati si raggiungono, in un paese messo a terra da anni di durissima crisi economica, che ha accresciuto notevolmente le diseguaglianze sociali, e inaridito da una desertificazione culturale che lascia inevitabilmente ai margini la cultura politica.

In un’epoca pienamente postdemocratica caratterizzata dalla tendenziale delegittimazione di qualsiasi forma di mediazione partitica, sostituita da una personalizzazione estrema, Renzi si appropria della retorica del cambiamento come valore in sé, senza declinarne la direzione né il contenuto. Facendo affidamento sul fatto che la maggioranza degli elettori non ha una chiara scala di valori (un’idea di società giusta da difendere), né gli strumenti per giudicare dove stia portando l’azione di governo.

Ancora una volta il confine giovane/vecchio si è sovrapposto a quello etico tra bene e male, in un più ampio contesto culturale in cui essere giovane è di per sé una carta vincente. E se vuoi essere giovane devi dimostrare dinamismo e parlare di cambiamento senza preoccuparti di definirlo.

La mitologia sottostante – la speranza contro la paura, il coraggio contro il pessimismo e il disfattismo, gli avversari ridotti a gufi – rivela una politica ridotta a “volontà di potenza”, un movimento che non rende la società più giusta, ma si riduce a istinto individuale all’affermazione; perfetta espressione del “potere per il potere” che si diceva di voler rottamare.

@nickcooka

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