Terrorismo mediatico: le narrazioni della crisi greca e la crisi democratica

Sugli eventi dell’ultima settimana si scriverà un’intera biblioteca. Per ora cerchiamo di porre alcuni problemi a nostro giudizio rilevanti, emersi negli accesi dibattiti di questi giorni.

 

Caso italiano:Siamo così distanti dalla Grecia?!

Un primo punto riguarda il ruolo dell’Italia collegato a come si è imposta una certa narrazione che ghettizza chi si contrappone alla logica manageriale del neoliberalismo. L’Italia in questi giorni è sembrata accodata supinamente alle posizioni tedesche rinunciando a priori a svolgere quel ruolo di mediazione che sarebbe stato, oltre che nella sua tradizione, nel suo interesse.

Renzi ha esplicitamente dichiarato: “noi non rischiamo di fare la fine della Grecia, perché le riforme le abbiamo fatte!”

Facendo un breve flashback sulla crisi del debito italiano nell’autunno 2011, scopriamo che la Grecia non è stata l’unica a subire un cambio di governo sulla spinta delle pressioni della Troika e degli speculatori.

In quella circostanza la crescita esponenziale dello spread ha spinto il governo democraticamente eletto guidato da Berlusconi alle dimissioni, per sostituirlo con Monti, già commissario europeo e in generale considerato affidabile dai mercati, al fine di realizzare quelle riforme sempre rimandate nel decennio precedente; solo così lo spread sarebbe sceso.

L’insediamento e i primi mesi del governo Monti – con importanti riforme su pensioni e Imu, mercato del lavoro ecc – sono stati una straordinaria operazione di sedativo della democrazia, utilizzando la scusa della competenza. L’opinione pubblica italiana venne sedata per mesi dai media, nella convinzione che con la discesa dello spread, e le riforme indotte dalla Troika l’economia sarebbe ripartita.

Quasi nessuno mise in luce il fatto che i mercati stavano mettendo in discussione un governo democraticamente eletto. Solo i giornali berlusconiani, evidentemente di parte, alzarono la voce; mentre quasi tutti gli altri giornali, in testa Corriere e Repubblica, ovviamente celebrarono la staffetta. Finalmente avremmo avuto al governo una persona credibile, competente. Non era pensabile in quella circostanza mettere in discussione l’equazione “Europa come austerity”, bisognava eseguire, e Monti era lì per quello. E lo spread effettivamente scese.

 

Terrorismo mediatico_responsabilità politiche_crisi democratica

Il modo in cui sono state affrontate le politiche di Tsipras, il suo mancato eseguire gli ordini in questi mesi, non sono altro che un’altra manifestazione di questa tendenza antidemocratica delle istituzioni europee. L’Europa continentale a trazione tedesca non ammette alternative ai propri principi guida (vedi lo stesso statuto della Bce), e questo ha portato, e porta tuttora, a comprimere le esigenze dei paesi mediterranei, ogniqualvolta queste si contrappongono alla guida nordica.

Il referendum greco, in questo senso, era senz’altro un punto di svolta per la politica europea, e quindi anche una battaglia psicologica combattuta sul campo della comunicazione politica, tanto in Grecia quanto negli altri Paesi dell’Eurozona, soprattutto in quelli considerati a rischio quindi anche in Italia.

Secondo Viesti : “Negli ultimi giorni, quantomeno in Italia, abbiamo assistito su molti grandi mezzi d’informazione di massa a un processo molto pericoloso: la trasformazione di molti cronisti in agit-prop. Non è un problema di opinioni e commenti, ovviamente liberi. Ma di distorsione dell’informazione, di trasformazione del ruolo di cronista in quello di propagandista.

La narrazione che è passata è semplice, lineare, dunque liberatoria.

La Grecia ha alimentato un sistema assistenziale facendo debiti, e in generale “vivendo al di sopra delle proprie possibilità”. La crisi esplosa nel 2008 ha smascherato il bluff, e a quel punto le autorità europee hanno imposto i loro parametri, che la Grecia stessa non era in grado di rispettare, nonostante l’impegno nei trattati. Vista la durezza del sacrificio richiesto, il popolo greco si è rifugiato nelle promesse di Tsipras, il quale non riuscendo a sostenere il tavolo del compromesso ha scaricato di nuovo sulla popolazione il peso delle scelte più difficili.

In realtà, oltre a questa ricostruzione, palesemente parziale e tendenziosa, le pressioni internazionali sono andate molto oltre il livello narrativo; non a caso Varoufakis stesso ha parlato di “terrorismo mediatico”. La durezza della definizione, a mio avviso, è del tutto proporzionale alla decisione di bloccare la liquidità di emergenza, e contemporaneamente invocare un cambio di governo come hanno fatto i socialdemocratici tedeschi capeggiati da Schultz.

La ricostruzione delle responsabilità della crisi dunque è stata completamente e deliberatamente distorta. Come sostiene Stigliz, non è certo Tsipras la causa della condizione in cui la Grecia si trova, al contrario c’è un connubio di responsabilità tra classe dirigente greca degli ultimi 15 anni e partner istituzionali europei (Bce) e internazionali (Fmi) che hanno sbagliato previsioni, se non proprio speculato sul permanere della crisi. Non dimentichiamo che la Troika ha usato gli oltre 200 miliardi di euro di finanziamenti per pagare le banche tedesche, francesi e italiane, non per finanziarie il popolo.

Ora si richiede che a pagare siano soprattutto le fasce più deboli sostenute dalle pensioni. L’eurogruppo, infatti, ha rifiutato tutte le proposte, messe da Tsipras sul tavolo delle trattative, che tentavano di redistribuire il peso del sacrificio verso i più ricchi, arrivando addirittura ad esigere l’aumento dell’Iva sui beni di prima necessità.

La questione però è più ampia è pone problemi di legittimazione politica difficilmente aggirabili. Sempre secondo Stigliz infatti: “La vera natura dell’attuale disputa riguarda il potere e la democrazia, molto più che la moneta e l’economia”. Dalla “stampa eurocratica” e dall’elite in genere viene considerato un particolare marginale il coinvolgimento democratico della popolazione nelle dure scelte di politica economica che richiedono profondi sacrifici.

C’è un problema di democrazia che non ha precedenti ed è paradossale che i partiti di centrosinistra abbiano rinunciato ai loro valori fondativi sull’altare del dio mercato. Paul Krugman giustamente osserva che, “da un punto di vista politico, i grandi perdenti di questa dinamica sono stati i partiti di centrosinistra, la cui acquiescenza in fase di rigorosa austerità – e il conseguente abbandono di quei valori per i quali avrebbero presumibilmente dovuto battersi – produce danni ben più gravi di quelli che politiche analoghe mietono nel centrodestra”.

La settimana passata ha drammaticamente messo in luce l’inconsistenza politica del gruppo di partiti del Pse, ridotti a un ruolo di ruota di scorta dei partiti popolari e conservatori, incapaci di una minima elaborazione propria.

Tutto questo è indice di una tendenza tecnocratica prevalente nell’Ue difficile da ribaltare. E’ solo dai contesti più critici che può venire un “urlo democratico” che rimetta al centro la politica in termini di giustizia sociale, oltre i dogmi imposti delle banche centrali.

 

Grexit?!

L’economista francese Piketty è convinto che i conservatori siano ad un passo dal devastare del tutto l’idea di Europa negando l’esistenza di un’alternativa antiliberista, e progettando un’Europa più omogenea che escluda il Mediterraneo.

Tuttavia gli spiragli per una ridefinizione dell’Europa non sono del tutto chiusi. Secondo Viesti: “l’Europa è sul baratro, indipendentemente dalle vicende elleniche. Ed è una gran fortuna che lo shock sia arrivato da un Paese con cittadini e governo che desiderano fortemente restare nell’Europa e nell’euro e non dai tanti, crescenti, movimenti nazionalisti e antieuropei.”

In realtà quello che resta inaccettabile per la Germania e per le elite europee proprio è l’emersione di una sinistra antiliberista, radicalmente europeista, come si sono dimostrate in questi mesi Syriza e Podemos. L’alternativa allo stato di cose rappresentato dall’austerity deve essere necessariamente il baratro dei nazionalismi populisti xenofobi ecc.

Perseverando nell’austerità gli Stati europei non possono rispondere alla crisi, ma produrranno effetti di impoverimento progressivo e, inevitabilmente, il fallimento del progetto europeo.

I ministri delle Finanze europei, nonostante ciò, pensano che l’attuale situazione possa essere gestita. Sono stati creati nuovi strumenti di politica monetaria e con questi credono di contenere un eventuale attacco speculativo. Sono convinti che un’Europa più omogenea con l’esclusione di alcuni membri sarebbe valutata dai mercati finanziari in modo migliore rispetto all’Europa poco omogenea che abbiamo oggi.

A uno Schaeuble, che sostiene che una eventuale Grexit addirittura favorirebbe una rinnovata compattazione europea, Piketty risponde con uno scenario opposto: se non cambia passo, l’Unione europea affronterà una crisi di fiducia ancora più grave. “Sarà l’inizio di una lenta agonia, nella quale sacrificheremo all’altare di una politica debitoria irrazionale il modello sociale europeo, persino in termini di democrazia e civilizzazione”.

@nickcooka

 

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