Chi ha rotto il giocattolo di Tito? Rileggere la dissoluzione della Jugoslavia

  •  
  •  

Dopo circa 25 anni, il processo di dissoluzione della Jugoslavia è oggetto di divergenti punti di vista. Uno dei temi più controversi è indubbiamente la responsabilità ultima della disgregazione della federazione post titina. Le scuole di pensiero, se così volessimo definirle, sono sostanzialmente due. Secondo la prima, la Jugoslavia è deceduta per cause prettamente endogene, mentre la seconda addossa la maggior parte della responsabilità a forze esterne al Paese. Proviamo, in sintesi estrema, a porre in evidenza alcune dinamiche.

Egoismi interni

L’attore politico che ha incendiato la scena politica jugoslava alla fine degli anni ’80 è Slobodan Milosevic. Ma come si è giunti  a questa situazione? Milosevic avrebbe voluto scalare i vertici del potere jugoslavo scavalcando le norme all’epoca vigenti, appoggiandosi ai moti di piazza, per riunificare la Serbia in primo luogo (ossia abolendo l’indubbiamente ampia autonomia delle due province, Kosovo e Vojvodina, per appagare l’opinione pubblica serba), e poi la Jugoslavia stessa. Milosevic ha supportato la causa dei Serbi del Kosovo per ottenere il massimo consenso all’interno della sua Repubblica, sperando di consolidare l’oligarchia al potere di cui era esponente a pieno titolo.

Nel 1987 “Sloba” temeva, non a torto, che le proteste dei Serbi e Montenegrini del Kosovo, che migravano da tale regione in maniera consistente, sostenendo di essere vittime di discriminazioni quotidiane da parte della maggioranza albanese (versione contestata dalle autorità kosovare dell’epoca, secondo cui le ragioni erano prevalentemente economiche), potessero culminare in una sorta di “colpo di stato” da parte dell’Esercito popolare jugoslavo (JNA). Ovviamente Milosevic sarebbe stato rimosso dal potere, sebbene l’effettiva applicazione dello stato di emergenza sul territorio della Serbia e/o della Jugoslavia, fosse perlomeno opinabile (per quanto minacciata decine di volte, soprattutto dal 1987 al 1991 dai vertici della JNA, solo in Kosovo, dopo gli eventi del 1981, venne dichiarato lo stato d’emergenza, una variante jugoslava della legge marziale.

I nazionalisti delle altre principali repubbliche – Slovenia e Croazia – saliti al potere nelle elezioni del 1990, hanno contribuito ad alzare la tensione (i leader sloveni spingendo per la secessione dalla federazione, quelli croati alimentando i timori della comunità serba di Croazia). Inoltre, la richiesta di una parte considerevole della popolazione albanese del Kosovo di trasformare la loro provincia in una repubblica jugoslava, in particolare dal 1981, contribuì senza dubbio ad alimentare i timori dell’opinione pubblica serba, preparando così il terreno a Milosevic.

L’inazione Occidentale

L’Occidente nei primi anni ’90 era una mera espressione geografica, ognuno coltivava i propri interessi, a partire dall’Europa. L’alternativa ad una posizione scomposta e al riconoscimento dell’indipendenza di Lubiana e Zagabria, condotta più per piaggeria politica che non per una reale convinzione, sarebbe stata quella di congelare il conflitto nel 1991, però sarebbe occorsa un’unità di vedute e intenti. Che non c’erano, così come ancora non esistono nel 2015 (basti pensare alla crisi politica macedone ed alle posizioni dei due principali partiti del Parlamento europeo). Nel 1991, i cristiano democratici europei, tendenzialmente tifavano per gli indipendentisti. I socialisti, come Gianni De Michelis (noto per aver ammonito Lubiana sostenendo che l’Italia non avrebbe mai riconosciuto l’indipendenza slovena), volevano tenere unita la sgangherata federazione. Agli Americani non importava nulla della Jugoslavia in quel momento, avevano altri problemi cogenti, dall’URSS al Kuwait. Importava loro, in primo luogo, la democratizzazione formale e la privatizzazione dell’economia, non molto di più. Però Bush padre (quantomeno la sua amministrazione) era considerata decisamente filo-jugoslava e filo-serba (non a torto, basti pensare a personaggi come Lawrence Eagleburger). Volevano lo status quo, gli Americani, ossia mantenere la Jugoslavia unita, ma non ad ogni costo: ormai non serviva più uno Stato retto da comunisti eretici per pungolare l’Unione Sovietica.

Capri espiatori

I politici jugoslavi erano profondamente divisi tra loro, nel 1989-91, come si può pretendere che non lo fossero i politici di altri Stati? La Jugoslavia non è stata affatto distrutta dall’esterno secondo un piano prefissato come alcuni credono. Al limite si potrebbe affermare che una parte dell’Occidente supportava (non era certo un mistero) gli anti-comunisti, che il più delle volte erano anti-jugoslavi e nazionalisti. Dal 1985 in avanti i “critici” del regime jugoslavo (come Dobrica Cosic e altri), a causa dei loro egoismi e vantaggi immediati, non furono in grado di creare un fronte comune contro il potere politico. Supportare gli anti-comunisti significava, in Jugoslavia, supportare prevalentemente coloro che volevano distruggere lo stato federale (dalla Slovenia in giù).

Ovviamente l’influenza culturale occidentale nel Paese dell’autogestione socialista, e lo stesso processo di modernizzazione, hanno influito su di una parte della società civile locale nel preferire forme di rappresentanza pluralistica, senza più il monopolio del potere dei comunisti (già spaccato, comunque, in sei repubbliche e due province). Però Milosevic, un membro a pieno titolo dell’apparato del regime, nel 1989 ha messo pressoché tutto in discussione. Il leader serbo era divenuto espressione delle forze conservatrici all’interno del sistema socialista, con un supporto plebiscitario da parte delle folle inebriate dal riscatto nazionalista. La Serbia avrebbe dovuto risorgere dalle ceneri di una sconfitta nella vittoria (secondo il leitmotiv dell’epoca, fomentato da Cosic e altri).

A ben vedere, il problema reale non è la dissoluzione degli Stati, il problema è la loro modalità (basti pensare alle differenze tra la fine della Cecoslovacchia rispetto a quella della Jugoslavia). La federazione di Tito inoltre, nonostante le aspre critiche verso gli USA, era decisamene influenzata – di fatto – dall’America ben prima del 1991, perché era vincolata dai finanziamenti e dall’esportazione di disoccupati jugoslavi che divenivano Gastarbeiter in Paesi come la Germania. Infine non sapremo mai se tenere insieme con la forza la Jugoslavia nel 1991 sarebbe stata una scelta ottimale, data la situazione che si venne a creare.

A scanso d’equivoci, l’arroganza del potere a Belgrado, verso la Croazia (Vukovar, Dubrovnik ecc.) è iniziata ben prima del riconoscimento della Slovenia e della Croazia da parte della Germania e del Vaticano. Alcuni individui non hanno mai creduto al progetto jugoslavo, così come altri ancora oggi vi credono. Del resto le stesse dinamiche si ripresentano oggi in Europa, ossia l’approccio che ogni singolo stato nazionale nutre verso l’idea di Unione Europea. Così come la Jugoslavia, l’Unione Europea è frutto della volontà dei cittadini e delle loro elites politiche.

Tuttavia, a coloro che credono che la Jugoslavia sia stata distrutta primariamente dall’esterno, è bene rammentare che la situazione che si venne a creare tra la seconda metà del 1989 e la prima metà del 1991, per quanto fosse grave, e lo era, non era nulla se paragonata al 1941-45, ossia alla strenua resistenza dei partigiani durante la Seconda guerra mondiale contro le forze nazi-fasciste. E’ evidente che se i popoli jugoslavi fossero stati realmente uniti, nel 1991, ed in particolare i loro leader politici, la resistenza verso la presunta distruzione e/o occupazione occidentale non sarebbe avvenuta con estrema facilità.

D’altro canto, la concezione della vita politica da parte dei comunisti jugoslavi non fu di grande aiuto, perché suddivisero la popolazione in nazioni e minoranze, anziché in cittadini. Conseguentemente Tito e compagni, direttamente o indirettamente, contribuirono a creare i presupposti per una competizione tra le repubbliche jugoslave. Sarebbe però scorretto attribuire la responsabilità del confitto a Tito, perché è evidente che la responsabilità primaria della dissoluzione e dei conflitti è da ricercarsi nei politici al potere nel 1990-91 (certo, non unicamente in Milosevic, anche perché l’opposizione interna a Belgrado era ancora più radicale e nazionalista).

Le debolezze umane e la sete di potere di Milosevic, Tudjman e Izetbegovic, hanno creato, forse involontariamente, gli orrori degli anni ’90. Se Milosevic è ritenuto, a ragione, maggiormente colpevole rispetto agli altri, è perché è salito ai vertici del potere, abusandone e ingannando i cittadini serbi, ben prima dei suoi colleghi. L’inconsistenza dell’Occidente ha semplicemente peggiorato la situazione in ex Jugoslavia.

Il paradosso è che si accusa l’America di aver voluto distruggere la Jugoslavia, quando in realtà la sua responsabilità principale è stata quella di non aver agito a tempo debito. Per anni, i bosniaci musulmani (e gli Albanesi del Kosovo) hanno chiesto aiuto a Washington, all’Europa, ma altrettanto a lungo sono stati ignorati, dando adito, non a torto, a una serie di pesanti accuse verso la Comunità internazionale. Quando (nel 1994-95 e nel 1999) l’Occidente, con grande fatica, ha agito con la forza bruta per bloccare la violenza delle forze armate supportate da Belgrado, è stato accusato di aver violato la sovranità, il diritto internazionale, di essere anti-serbo e così via.

Sia in caso di inazione che di interventismo, a quanto pare, l’Occidente è comunque colpevole a prescindere sebbene, i primi responsabili siano stati i leader politici post-jugoslavi ed i loro volenterosi nonché numerosi simpatizzanti. Le idee e la forma mentis di questi ultimi, a differenza di Milosevic, Tudjman, Izetbegovic (che incarnarono lo spirito del tempo a loro vantaggio), sono ancora vivi e vegeti, e la loro mentalità avvelena la vita dei Balcani. Addossare la responsabilità ad agenti stranieri è la scorciatoia più facile nei confronti della realtà.

Christian Costamagna – EastJournal

Fonte originale: http://www.eastjournal.net/archives/68321

Leave a Reply