Il Legionario, storia di uno sgombero in famiglia

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In questi giorni è stata un’altra volta rimandata l’approvazione della legge sullo ius soli temperato. Contemporaneamente, dopo i fatti di Piazza Indipendenza a Roma, altri sfratti si sono susseguiti come di routine, senza godere della medesima copertura mediatica. Per questo crediamo sia opportuno presentare e diffondere un’opera come “Il Legionario”, che riesce a tenere insieme due questioni così centrali nella nostra società.

di Nicola Cucchi

“Il Legionario” è un cortometraggio diretto da Hleb Papou – scritto con Emanuele Mochi e Giuseppe Brigante – recentemente presentato alla “Settimana della Critica” del Festival del Cinema di Venezia. Il lavoro del regista italo-bielorusso condensa in 12 minuti il bisogno d’integrazione delle seconde generazioni e le lotte per il diritto alla casa combattute in tante città italiane; due realtà sempre più centrali nella nostra società, che tuttavia facciamo fatica a riconoscere.

La storia è semplice e crudele. Il protagonista apparente è Daniel, un ragazzo figlio di genitori stranieri, cresciuto nella periferia romana, che a 18 anni decide di entrare nel reparto mobile della polizia di Roma. Il protagonista effettivo è lo Stato italiano, nella sua faccia più indegna.

Dalla prima scena si percepisce che Daniel è abbastanza integrato nel reparto in cui lavora, ma in quel momento è turbato e non partecipa agli scherzi della compagnia.

Nella scena successiva Daniel va a trovare la famiglia, sua mamma e suo fratello Jamal. Si vede che non andava da un po’. Sono contenti di vederlo anche se si percepisce che non approvano la sua scelta di entrare in polizia. Daniel, alla fine, si trattiene a cena quella sera, ma in realtà era venuto per avvisare i familiari che il giorno dopo la polizia sarebbe venuta a sgomberare lo stabile, mentre gli inquilini aspettavano ancora un incontro con la banca.

Come spiega bene in questa scena, lui vuole a tutti i costi portarli via prima dello sgombero, ma loro non accettano. Vogliono resistere a un sopruso, vogliono vivere questa esperienza insieme agli altri, senza abbandonarli solo perché hanno un parente poliziotto.

Il giorno dopo è il momento dello sgombero. Daniel tenta di passare da un’altra via per mettere in salvo la madre, ma arriva quando oramai è troppo tardi. La violenza dello Stato si riassume tutta in una scena in cui un collega, suo amico, gli impone di scegliere tra la sua famiglia e il reparto in cui lavora.

Solo la fiction consente che Daniel sia presente allo sgombero della sua palazzina, in un caso del genere probabilmente il poliziotto interessato sarebbe stato mandato altrove. Si tratta però di una finzione utile a rappresentare la spietatezza dello Stato non solo verso i suoi cittadini sgomberati, ma anche verso i suoi stessi funzionari.

Le contraddizioni politiche dello Stato vengano scaricate quotidianamente e per intero sui suoi stessi funzionari, obbligati ad eseguire un ordine ingiusto, espressione della sproporzione dei rapporti di forza tra grandi gruppi di proprietari e normali lavoratori. Lo Stato qui dimostra il suo lato più deprecabile. Da un lato chiede sacrifici ai tanti Daniel, senza, dall’altro lato, offrire loro alternative dignitose in termini sia lavorativi che abitativi.

Oltre all’incapacità di sostenere chi è in difficoltà si somma la violenza che esercita a difesa di chi è già privilegiato, a prescindere da chi siano i soggetti offesi. Forte con i deboli, debole con i forti. Ancora una volta: la legalità non è giustizia.