Je suis Fantozzi: perché oggi siamo tutti Fantozzi senza saperlo

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Apprendiamo oggi della morte di Paolo Villaggio, l’inventore e interprete di una straordinaria maschera sociale: il ragionier Ugo Fantozzi. Nell’immaginario collettivo italiano la maschera di Fantozzi rappresenta alla perfezione il ruolo dello sfruttato: ma fa riferimento a un passato lontano o a una condizione che ci riguarda da vicino? Siamo sicuri di avere capito il significato che quei film avevano per gli spettatori di allora? E qual è l’eredità di quelle storie per gli spettatori millenials di oggi?

di Nicola Cucchi

 

Una “distopia incendiaria”: istantanee di sfruttamento e subalternità nella società italiana

Ugo Fantozzi è un personaggio drammatico, un simbolo di umiliazione che si fa inconsapevolmente portavoce di una critica sociale dura e radicale verso i vertici di una società piramidale. Una cosa che tuttavia lo rende particolarmente sottile e profondo, è che non si limita alla critica alle élite, ma propone uno sguardo orizzontale verso gli stessi colleghi di lavoro, metafora grottesca di un’intera società mediocre e amorale, che fa di tutto per tentare la scalata.

I primi due film sulla storia di Fantozzi escono nel 1975-1976: “Fantozzi” e “Secondo tragico Fantozzi”. Il fatto che tutti ricordino scene di questi primi due lavori dimostra la capacità dell’autore – insieme al regista Luciano Salce – di trovare espressioni dello sfruttamento estremizzate e realistiche allo stesso tempo, capaci di entrare profondamente nel senso comune, e di scuoterlo alla radice.

Fantozzi innanzitutto, pur essendo vicino alla base della piramide sociale, non è un operaio ma un impiegato, e come tale interpreta perfettamente il desiderio del ceto medio piccolo-borghese, in questo caso poco politicizzato, di voler assomigliare a chi occupava i gradini superiori nella scala sociale. Questo desiderio, nel suo caso, viene ripetutamente castrato dai superiori e dai colleghi che dimostrano una capacità di adattamento molto superiore della sua. Nonostante questa ripetuta mancanza di soddisfazione, non è indotto quasi mai a ribellarsi a un sistema che lo opprime e lo umilia, ma soffre in silenzio, tenta e ritenta di uscire da una condizione di reietto in cui fatalmente ricade.

I film sono dunque una serie quasi ripetitiva di umiliazioni subite senza risposta, in generale di un perenne senso d’inadeguatezza verso i modelli di riferimento.

Con la scena epica della sveglia vediamo come il tentativo di riguadagnare tempo dal lavoro viene fatto a rischio della vita:


La subalternità a modelli imposti dall’alto viene imposta innanzitutto nei momenti di festa: in questa scena i nobili proprietari dell’azienda invitano tutti gli impiegati a cena per imbonirli “in vista dei prossimi accordi sindacali”. Tuttavia queste occasioni restano comunque umilianti nella misura in cui aumentano il senso d’inadeguatezza delle parti più volgari verso i superiori.

Non potevamo non fare riferimento alla scena madre sul “programma formidabile” di evasione, castrato da un direttore del personale che vuole imporre il suo gusto alle masse ignoranti: “Ugo, credo che non potrai vedere la tua partita. Ha chiamato il Dott. Riccardelli: dobbiamo andare a vedere un film cecoslovacco!”

Nel primo film della saga fantozziana, viene anche messa in scena l’improvvisa politicizzazione del personaggio, che, messo a contatto con un altro reietto dell’azienda di idee comuniste, comprende la condizione di ingiustizia strutturale in cui lui e gli altri colleghi versavano. Tuttavia la ribellione causa l’incontro diretto con la figura quasi mitica del “direttore galattico”, che lo riconduce abilmente a miti consigli: “Oh, ma caro Fantozzi è solo questione di intendersi, di terminologia. Lei dice padroni, e io datori di lavoro. Lei dice sfruttatori e io dico benestanti. Lei dice morti di fame e io classe meno abbiente. Ma per il resto io la penso esattamente come lei…”

Fantozzi è da un lato una critica limpida all’arroganza della burocrazia fordista e dall’altro dimostra in modo semplice e implacabile l’evidenza della subalternità culturale dello “sfruttato”, la sua partecipazione attiva alle occasioni di umiliazione. Lo “sfruttato” non può reagire a questa condizione perché ha introiettato in pieno i sogni e gli ideali che lo sfruttatore gli mette a disposizione. Fantozzi è un desiderio improgionato, non riesce a far altro che sognare esperienze che lo faranno soffrire, vedendo riprodursi i suoi fallimenti.

Eppure per comprendere il significato di un racconto del genere dobbiamo tenere presente la fase storica in cui veniva diffuso. Parliamo di un’epoca – gli anni Settanta – che viveva di una fortissima conflittualità sociale, orientata dai protagonisti di questo processo – il movimento operaio – a costruire una realtà più giusta, più civile, più inclusiva. Dunque i film di Fantozzi, calati in questa realtà, mettono a disposizione una sorta di “enciclopedia dello sfruttamento e della subalternità”, che entra a pieno titolo nel senso comune, proprio perché portata all’eccesso, quindi anche grazie alla fortissima cifra comica. Tuttavia in quel caso la comicità era lo strumento per scardinare i residui dei meccanismi storicamente sedimentati di obbedienza passiva all’ordine costituito, non un modo per rimuoverne l’esistenza, come accade oggi.

Tutti insomma consideravano lo sfruttamento verso Fantozzi inaccettabile, nessuno si sarebbe mai identificato con quell’immagine, ma quella storia poteva fungere da strumento di consapevolezza e da spinta verso la liberazione. Un incentivo a prendere definitivamente le distanze da una gerarchia opprimente, e soprattutto da una corsa alla carriera che creava figure mostruose, (come i colleghi). In generale si denunciava la condizione disumanizzata in cui quella fase capitalistica stava lasciando una buona parte della società.

Qui una presa di posizione pubblica di Paolo Villaggio candidandosi alle elezioni del 1987 con “Democrazia Proletaria”. Sebbene in se dica poco sul significato della maschera di Fantozzi, è comunque un’ulteriore dimostrazione della forte passione politica dell’autore/attore, che arriva ad esporsi pubblicamente.

“Fantozzi subisce ancora” perché Fantozzi siamo noi e non ce ne rendiamo più conto

Dunque la maschera di Fantozzi, se calata in quegli anni di duro conflitto sociale, poteva rappresentare una “miccia incendiaria”, in grado di spingere tanti che non si erano organizzati o che stavano per farlo, a lottare per ottenere condizioni migliori di lavoro e di vita.

Ma tutto questo i nati dagli anni Ottanta in poi non lo possono sapere. Per gli “spettatori postumi”, a mio avviso, la chiave comica perde tutta la carica distruttiva anti-sistema, per lasciarci ridere pacificamente di fronte alla serie di sfighe che Fantozzi subisce. A un occhio disattento le sue umiliazioni sembrano estreme e incomprensibili, una realtà distante dallo spettatore. Purtroppo, invece, stiamo assomigliando sempre di più, senza rendercene conto, a quella figura estrema. E questo colpisce se pensiamo al livello di consapevolezza diffusa che solo pochi decenni fa avevamo. Il nostro senso comune postdemocratico, guidato dalla paura di perdere i vantaggi ottenuti e dal perseguimento di piccoli obiettivi individuali, ci porta a naturalizzare la sproporzione nelle relazioni di potere, per cui si fa fatica ad ammettere che la comune condizione  lavorativa sia di lampante sfruttamento, e quando lo si ammette si finisce per considerarla una fatalità ineludibile.

L’incapacità di “soffrire con Fantozzi”, di capire che è uno di noi, non fa altro che rivelare la condizione diffusa di una generazione che accetta (quasi) tutto pur di sopravvivere in un universo che svaluta completamente la sua dignità. Siamo arrivati infatti ad un livello di subalternità e di partecipazione al nostro stesso sfruttamento che non ci consente più nemmeno di immaginare un’alternativa, di sognare una vita migliore. Tutto quello che solo pochi decenni fa sarebbe sembrato estremo e inaccettabile a molti, oggi è realtà quotidiana indiscutibile, naturale.

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