Johnny Hallyday, cultura popolare e sinistra

Il 5 dicembre scorso è venuto a mancare Johnny Hallyday, una delle maggiori icone musicali francesi, ma anche molto altro.

Lo ricordiamo con un articolo scritto da Philippe Marlière per Mediapart, tradotto in italiano da Lorenzo Carchini per Sinistra in Europa.

Con la scomparsa di Johnny Hallyday, la Francia seppellisce definitivamente la cosiddetta epoca dei Trente Glorieuse, quel “glorioso” trentennio dalla fine della Seconda Guerra Mondiale alla metà degli anni ’70 immortalato da Jean Fourastié; quella della televisione di Leon Zitrone, Guy Lux e Simone Garnier, l’epoca in cui ancora il Tour de France poteva essere vinto da ciclisti transalpini.

Nel suo studio sullo sviluppo della cultura di massa in Gran Bretagna nel dopoguerra, Richard Hoggart ha restituito due interpretazioni simmetriche della cultura popolare. Una può essere descritta come “aristocratica”, l’altra come “populista”. La prima enfatizza i “ruvidi” gusti delle classi popolari in materia culturale, la loro “mancanza d’impegno” e “interesse” in oggetti culturali di qualità. La seconda si propone come un empatico vis-à-vis con i gusti popolari, tradendo tuttavia un sentimento di pietà e condiscendenza nei confronti di un popolo considerato “alienato”, eppure inconsapevole di questa propria condizione. In generale una contrapposizione tra la critica sprezzante della borghesia conservatrice e il discorso falsamente comprensivo di un “marxismo” piccolo borghese.

La morte di Johnny Halliday è stata la scena di queste due letture. I grandi conservatori borghesi hanno deriso l’ostentazione del cattivo gusto (i motociclisti sugli Champs Elysees, il rock’n’roll medio sciovinista, la supposta scarsa cultura del cantante, ecc.). I “piccoli marxisti” erano indignati dal fatto che gli adoranti del cantante fossero così facilmente “manipolati” da Emmanuel Macron e dai media: come possiamo commemorare un esiliato fiscale, un residuato bellico del machismo? Come si può non vedere che il presidente ha usato Johnny per distrarre dagli effetti della sua politica economica? Altri ancora hanno accusato lo stesso Johnny di aver avviato un movimento yéyé  depoliticizzato ed edonistico.

Entrambe le letture hanno gareggiato nella settimana dopo la morte del cantante, sostenuta da un funerale magniloquente e da tributi provenienti da ogni anfratto della politica e del circuito mediatico – che pure malcelavano un narcisismo professionale evidente. Il potere macronista comprendeva certamente il vantaggio politico di nazionalizzare il lutto di Johnny. In questo ha ricordato Tony Blair dopo la morte della principessa Diana nel 1997: “E’ stata la principessa del popolo”, aveva falsamente improvvisato davanti ai giornalisti, ore dopo la sua morte accidentale. Il “marxista” piccolo borghese aveva subito tuonato:  come possiamo assimilare le persone ad un rappresentante dell’aristocrazia? Eppure gli eventi dettero ragione a Blair. Il dolore nazionale causato dalla morte di Diana fu sincero. Il pubblico, scioccato dalla brutale scomparsa, non aveva dimenticato la giovane donna che era stata abusata da un mariti indifferente e da una famiglia reale ostile. La regina, trincerata nel suo castello di Balmoral, appare in quell’occasione distaccata dal popolo e altezzosa. Il suo indice di popolarità era calato vertiginosamente. Le persone esprimevano un’emozione che trascendeva le solite scissioni sociali o politiche.

Questo è, grosso modo, quello che è appena successo in Francia. I suoi fan a sinistra hanno preso in giro Johnny come un uomo di destra. Di certo non piace la storia dell’esilio fiscale; eppure ciò che conta è altrove. Alla folla oceanica riunitasi a Parigi piaceva il cantante, le sue canzoni che hanno illuminato le loro vite e sono addirittura strutture commemorative della loro stessa esistenza.  Johnny non fingeva di essere altro che un cantante, con le sue qualità e difetti. I suoi ammiratori gli sono grati per la sua lunga carriera, scandita da innumerevoli concerti. E’ stato un “amico”, come hanno affermato molte persone venute a rendergli omaggio.

Come spiegare un tale psicodramma nazionale? Sia i borghesi conservatori che i “marxisti” piccolo borghesi hanno sottolineato gli eccessi attorno all’evento e alla figura di Hallyday. Eppure, gli ammiratori non necessariamente rientrano in categorie analitiche. La questione della manipolazione dei media e del potere politico risulta un po’ miope. L’emozione popolare, specialmente fra gli ultracinquantenni, è stata sincera, tanto che si potrebbe davvero ipotizzare che con la scomparsa di Johnny, la Francia abbia definitivamente salutato i Trente Glorieuse, una questione aperta nella società e nella cultura transalpina tanto da irrompere nel dibattito durante le ultime elezioni.

In effetti, le canzoni più belle di Johnny risalgono agli anni ’60-’70, venendo indissolubilmente associate con quell’epoca nell’immaginario collettivo. Macron, che sarà anche cinico ma non stupido, lo aveva capito e a modo suo lo disse nel suo discorso davanti alla chiesa della Madeleine. Come non capire che i francesi, bambini, giovani o adulti, che hanno vissuto quegli anni di relativa spensieratezza sociale siano nostalgici di quel periodo? Perché così tanti progressisti disprezzano i fan di Johnny, che sono spesso di origini popolari? Non è paradossale che questa sinistra, che del termine “peuple” dovrebbe aver fatto la propria vocazione, sia così ignorate in materia di gusti popolari?

 

Articolo in lingua originale: https://blogs.mediapart.fr/philippe-marliere/blog/101217/johnny-la-culture-populaire-et-la-gauche