La questione dei migranti e la necessità di una nuova sinistra

Intervento presentato alla manifestazione organizzata dall’ANPI A GROSSETO, 8.9.18

di Romano Luperini

Gli interventi che mi hanno preceduto rispondono a caratteristiche diverse e infatti si sono sentiti sinora linguaggi diversi: hanno parlato i rappresentanti degli enti locali usando il linguaggio della amministrazione e della politica e ripetendo formule giuste ma scontate e spesso retoriche; hanno parlato i migranti con il linguaggio semplice e concreto della esperienza vissuta; ha parlato un uomo di chiesa usando il linguaggio della fede. Tutti hanno dato per scontato che stare dalla parte dei migranti voglia dire stare dalla parte dell’umanità. Alcuni hanno addirittura rappresentato l’evoluzione della specie umana come un percorso volto a realizzare una tendenza intrinseca all’essere umano, la solidarietà.

Io vorrei provare a svolgere un ragionamento diverso. L’umanesimo è doppio: in nome dell’umanesimo Ariosto e Tasso hanno esaltato i massacratori degli Incas, mentre uomini di chiesa umanisti negavano la presenza dell’anima nei selvaggi e ponevano la donna insieme ai pesci al tredicesimo posto nella gerarchia delle specie. Indubbiamente, a partire da un certo illuminismo c’è stato anche un umanesimo che ha puntato sul miglioramento del genere umano senza distinzioni a esso interne. Insomma l’umanesimo è doppio e di per sé non implica una posizione antirazzista. E d’altronde di un nuovo umanesimo parlavano diversi gruppi fascisti negli anni trenta. C’è insomma un umanesimo che esclude, che riconosce come umani solo quelli della propria parte, un umanesimo dei pochi e dei ricchi (quelli che ponevano la croce sulle vele delle navi che andavano a depredare e a rendere schiavi gli indios) e c’è invece un umanesimo che include.

Sin dall’antichità c’è stato il disprezzo per i barbari e la paura dello straniero, e ci sono state popolazioni che si sono invece distinte per ospitalità e rispetto nei confronti degli stranieri. Ma in generale si può dire che l’uomo può essere certamente solidale, ma spesso è egoista e rapace. La religione cristiana lo sa bene, quando col battesimo intende cancellare il peccato originale per cui, per la sua origine, l’uomo è un animale, una creatura disposta al male, una bestia potenzialmente feroce. Solo l’educazione, la diffusione di certe ideologie, l’ambiente possono indirizzare l’uomo verso una fratellanza e una solidarietà che certamente fanno parte anch’esse del suo patrimonio genetico, ma che stentano ad affermarsi se non sono sostenute da un ambiente favorevole.

La civiltà umana stessa è doppia. Ha prodotto opere d’arte e opere di distruzione, Beethoven e Hitler, opere d’arte e bombe atomiche. La stessa cultura è doppia. Di per sé non è spontaneamente antifascista e antirazzista. Ungaretti e Pirandello erano fascisti, uno dei più grandi filosfi del Novecento, il tedesco Heidegger, era nazista, erano nazisti molti premi Nobel, erano fascisti gli scienziati italiani che hanno scritto nel 1938 il documento sulla razza. Gli Stari Uniti d’America, la Francia dell’affaire Dreyfus, il Sud Africa, la Germania di Hitler sono stati popoli razzisti. Insomma i popoli più civili dell’Occidente sono stati e in parte sono tuttora razzisti.

Spiegava Primo Levi che l’uomo ha un istinto razzista, ma che si può parlare di razzismo solo quando questo istinto viene legittimato da una opinione diffusa, da una ideologia. Ne deriva che la lotta fra razzismo e antirazzismo è una lotta non fra umanità e bestialità, ma  fra due culture egualmente umane. Di qui, fra l’altro, l’importanza della scuola che può collaborare in modo decisivo a formare un cittadino democratico e antirazzista.

Oggi l’istinto innato all’egoismo sta trovando in Italia la sua legittimazione ideologica grazie al nuovo governo. Per ora siamo in una fase in cui il cittadino perbene dice ancora IO NON SONO RAZZISTA. MA… Lo fa per rispetto automatico nei confronti di una tradizione democratica che in Italia è indubbiamente esistita, ma che si sta logorando. La sostanza di quel discorso, purtroppo, sta nelle parole che seguono quel MA. E così oggi c’è già chi dà la caccia al nero, spara, uccide. Ma c’è anche di peggio: quando Salvini parla dei migranti come dei palestrati in crociera rivela una ferocia astuta tipicamente umana: lui sa che la realtà è il contrario di quello che dice e finge di non saperlo. I suoi ascoltatori egualmente sanno che la realtà è un’altra. Quella di Salvini è una ironia sinistra, una ironia paradossale, che gioca sulla coscienza di una verità che viene volutamente  rovesciata. Questa ironia è terribile perché rovescia la verità in ghigno e sorriso sardonico fra esseri consapevoli e superiori e perché presuppone un consenso sociale al ribaltamento della realtà. E’ una ironia  scaltra, una ironia umana, troppo umana.

Tutti, o quasi tutti, vogliono dimenticare che le guerre, la fame, la sete, la desertificazione prodotta dai cambiamenti climatici sono responsabilità nostra, di noi occidentali. E che molti di questi migranti vengano dall’Africa, dove è nato il genere umano, è di nuovo tragicamente ironico. D’altronde da quando l’uomo è uomo le popolazioni hanno emigrato, sono passate da un continente all’altro, si sono mescolate. E ora vorremmo fermarle? Se l’homo sapiens è sopravvissuto sino a noi, mentre l’uomo di Neanderthal è scomparso, è anche  perché il primo era un popolo di migranti.

La spinta all’emigrazione è nel nostro DNA. La guerra e la miseria si collegano a questa spinta ancestrale. Una forza terribile e inarrestabile spinge milioni di esseri umani alla fuga. Pensate ai minori non accompagnati, voi che magari accompagnate il figlio a scuola anche se abitate in città, pensate alla tragedia di mandare da soli verso una morte tutt’altro che improbabile dei ragazzi, i propri  figli, i quali poi, arrivati fra stenti orribili in Italia, non sanno dove andare, non conoscono la lingua, sono completamente persi. Quando ho visitato il centro di accoglienza per minori di Palermo mi è stato detto che un terzo di questi ragazzi impazzisce, e il ragazzo nero che mi accompagnava, orfano (genitori e fratelli uccisi o morti nel viaggio) mi ha detto che, una volta nel centro, è rimasto tre mesi a letto a piangere. Ma della follia di questi ragazzi e della assistenza particolare di cui avrebbero bisogno nessuno parla.

Passando a ideologia consolidata il razzismo sta minacciosamente progredendo. E siccome i migranti continueranno ad arrivare, la situazione si presenta oggi drammatica. Anzi direi che la questione dei migranti è centrale, addirittura decisiva. Lo spettro che si aggira per l’Europa di cui parlava Marx oggi sono i migranti. I migranti costituiscono LA questione del nostro secolo. La questione migranti è la vera questione su cui valutare le diverse forze politiche, la cartina di tornasole che rivela la loro vera essenza.

La lotta contro il razzismo è oggi lotta politica, non tanto umanitaria o caritatevole. È in questione la polis per eccellenza, la comunità umana, il nostro genere, la nostra stessa stirpe. Ed è una lotta di sinistra, tipicamente di sinistra, perché riguarda la difesa dei deboli, la democrazia, il dilemma fra fascismo e antifascismo.

Ridefinire oggi la sinistra anche per questo è fondamentale. Bisogna ripartire da zero ma facendo buon uso delle rovine. Alcuni punti possono essere definiti sin da ora, a partire proprio dalle sollecitazioni che vengono dalla questione dei migranti. Ne elenco alcuni.

  1. Essere di sinistra significa che esiste un’unica appartenenza: quella dell’essere sociale. Non ci si salva da soli; l’essere umano o è sociale o non è.
  2. Essere di sinistra significa assumere una etica planetaria e una prospettiva politica riguardante la specie umana nel suo complesso. Il pensatore o l’uomo politico che resti nella prospettiva di una nazione o dell’Occidente è solo un provinciale che collabora a un sopruso. Il cosiddetto sovranismo, incoraggiando l’egoismo nazionale, pone di fatto ogni stato contro tutti gli altri. Niente di nuovo, bensì qualcosa che purtroppo abbiamo già conosciuto in passato. Non è una soluzione, ma la premessa di una catastrofe.
  3. Essere di sinistra significa che non devono esserci più rifugiati. Finché ci sarà un rifugiato o un extracomunitario da respingere alle frontiere, ci sarà una donna o un uomo di sinistra perché ci sarà bisogno di sinistra.

4.Essere di sinistra significa sapere che, anche in Occidente, anche in Italia, vi sono gruppi di individui dotati di diseguali facoltà di gestire la propria vita, e cioè di gradi diversi di libertà economica, politica e culturale, e che tale diseguaglianza è un disvalore da combattere. Ma significa anche sapere di far parte di una società che condanna al genocidio intere popolazioni e quindi di essere responsabili della fame e della morte di milioni di persone.

  1. Essere di sinistra significa perciò respingere la parte di noi stessi che, attivamente o passivamente, collabora all’infelicità di una parte di umanità.
  2. Essere di sinistra oggi in Occidente, e tanto più dinanzi alle conseguenze della crisi economica e del fenomeno dei migranti, significa essere consapevoli che si vive nel centro di un mondo capovolto, e cioè nella distorsione e nel capovolgimento che tutti i principali valori della vita privata e politica (come amore, libertà, democrazia, lavoro) hanno subito in una società che ha sottoposto ogni aspetto della vita umana alla legge del mercato e della speculazione finanziaria.
  3. Essere di sinistra significa lottare contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo in qualsiasi forma esso si presenti (dunque anche quella neocoloniale), significa tutelare i beni comuni tanto del mondo naturale (aria, acqua, flora, fauna, ambiente, paesaggi), quanto di quello sociale (sanità, giustizia, scuola pubblica e ricerca, patrimonio artistico e culturale), salvaguardandoli dalla loro sottomissione al potere dominante, al profitto e alla speculazione.
  4. Essere di sinistra significa impegnarsi per dar libera forma alla propria vita e a quella di ogni altro abitante del nostro pianeta.