La scuola comunista di partito di Frattocchie, la politica come scienza

Dell’edificio che un tempo ospitava la scuola di Frattocchie, al chilometro 22 della via Appia, non resta che una sorta di rudere. Eppure, nel discorso politico odierno, non si smette di evocare quella prestigiosa «scuola quadri» del Partito comunista italiano, ogni qual volta si assiste a una nuova e originale forma di degenerazione del costume politico.

di Fulvio Lorefice*

Frattocchie per contrapposto ha rappresentato, infatti, il simbolo di una politica posta al vertice delle attività umane: una scienza che nulla concedeva a faciloneria e dilettantismo, per la quale occorreva dedizione e spirito di sacrificio. I comunisti dovevano studiare, molti avevano iniziato a farlo al confino dove dal ’26 erano state allestite scuole e corsi, e all’«università del carcere». Chi guadagnava nuovamente la libertà, si scriverà di Cino Moscatelli, comandante partigiano e poi deputato alla Costituente – era «un rivoluzionario agguerrito e addestrato, non più un ragazzo di periferia temerario e senza istruzione» (Barbano, 1982).

Mitizzata e rimpianta da alcuni, demonizzata e maledetta da altri, a Frattocchie e all’intero sistema educativo di scuole nazionali e regionali del PCI è dedicato il volume di Anna Tonelli «A scuola di politica. Il modello comunista di Frattocchie (1944-1993)». Una ricerca preziosa, attraverso la quale si possono ripercorrere le tappe di quel poderoso processo di pedagogia politica delle masse promosso dai comunisti italiani.

Se il teorico della scuola politica – sottolinea l’autrice, docente di Storia contemporanea presso l’Università di Urbino – era stato Antonio Gramsci, fu soltanto al volgere della Seconda guerra mondiale che le federazioni provinciali del PCI iniziarono a ricevere le prime istruzioni dalla Direzione su come individuare il gruppo di allievi da indirizzare alla Scuola centrale. Le esperienze da alcuni maturate in carcere o al confino, notava Edoardo D’Onofrio, non risultavano, infatti, adeguate ai compiti nuovi che le circostanze storiche imponevano. In questa fase la formazione venne quindi intesa come «strumento di organizzazione e acculturazione delle classi popolari». Le divaricazioni socio-culturali manifestatesi tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta scossero nel profondo il partito, l’attività educativa venne quindi riformata estendendone la presenza a tutto il territorio nazionale, diversificando i corsi e attribuendo a ciascuna scuola una vocazione specifica. Nell’aprile ’74 gli Editori Riuniti diedero alle stampe il «Dizionario di politica economica», a cura di Luciano Barca. Il successo editoriale dell’opera segnò l’acmedella pedagogia politica comunista: anche le nozioni economiche erano parte ormai del bagaglio culturale del quadro di partito.

L’affermazione politica del PCI schiuse in quel frangente le porte di moltissime amministrazioni locali, un numero crescente di quadri politici venne quindi investito di incarichi di responsabilità pubblica. Per rispondere alle problematiche connesse bisognava assimilare gli «strumenti e gli istituti del governare»: si trattava in altre parole di conoscere lo Stato, le sue leggi e le sue logiche.

Direttore della scuola veniva nominato Luciano Gruppi, il prototipo – a giudizio di Italo Calvino – di quella «serietà riflessiva», di quella «maturità» e di quella «chiarezza responsabile» propria dei quadri comunisti. Un intellettuale «organico», autore di moltissimi pregevoli studi sul pensiero politico, nonché formatore e divulgatore straordinario, due propensioni indispensabili per quell’attività assai peculiare di formazione dei gruppi dirigenti. La capacità di rivolgersi a tutti gli strati della popolazione con un linguaggio accessibile senza tuttavia perdere il rigore scientifico, contraddistinse il suo magistero. Si faceva «acuta» la «questione del linguaggio», come ebbe a definirla in un intervento su «l’Unità» del gennaio ’79. Le «astruserie» cui si ricorreva nel discorso politico generale già in quella fase – nel convincimento «che ciò che è chiaro e semplice è inevitabilmente superficiale, e solo ciò che è oscuro e arduo può essere profondo ed originale» – minavano il rapporto tra intellettuali e lavoratori e soprattutto tra partito e masse. Ci si sarebbe dovuti sforzare invece «di essere chiari sempre, facili il più che si può». Su questo delicato crinale si sarebbe osservato il declino di una sinistra, fattasi negli anni sempre più povera ed elitaria. La profondità del distacco tra sinistra e classi subalterne, oggi, può misurarsi anche sul terreno del linguaggio.

Ragionando dell’attualità è agevole constatare che le conoscenze e le competenze necessarie «alla costruzione di pubbliche decisioni che assicurino […] un buon governo», diversamente dal passato, sono disperse tra una moltitudine di individui (Barca, 2013). La concentrazione delle decisioni nelle mani di pochi, sulla scorta di un’illusione accentratrice, contraddice pertanto «non solo il principio democratico della rappresentanza, ma anche il principio di competenza» (Ibidem). Le decisioni pubbliche, è questa la tesi di Fabrizio Barca, non possono che scaturire dalla mobilitazione e interazione tra conoscenze e competenze diffuse. Il bandolo della matassa si trova quindi nei partiti, educatori e formatori e ad un tempo promotori della «mobilitazione cognitiva» (Ibidem). La funzione educativa delle organizzazioni politiche va pertanto ripensata ed aggiornata, salvaguardandone tuttavia il valore e la rilevanza. Tutto ciò, in conclusione, non potrà però verificarsi a prescindere dalla politica: dalla riaffermazione, cioè, di una progettualità in grado di esprimere una lettura della società ed una visione del cambiamento. Per rendere, nuovamente, la democrazia un esercizio di massa sarà necessario liberare la politica dai pesanti tentacoli di quelle élite economiche senza scrupoli, che non smettono di mortificarla.

 

* Contributo estratto dall’articolo pubblicato sulla rivista online Menabò di Etica e Economia n.82/2018