L’eco di uno sparo non si quieta mai

Massimo Zamboni, musicista, cantautore e scrittore, chitarrista del celebre gruppo punk italiano Cccp e poi Csi, affronta la storia più dolorosa e rimossa della sua famiglia: il 29 febbraio del 1944, suo nonno Ulisse, membro del direttorio del fascio di Reggio Emilia viene ucciso in un agguato da due membri dei Gap. “So come la sua non presenza abbia avuto un riflesso profondo nella mia educazione, quindi nella mia vita.” (p.6) Il libro non vuole essere un giallo e da subito l’autore ci racconta come va a finire: sappiamo della morte del nonno, i nomi degli assassini e la ritorsione di uno verso l’altro durante la ricostruzione postbellica.

6140908_358090-e1427726990831Il racconto inizia con la storia emiliana della famiglia della nonna materna, Odila, figlia di uno dei sette fratelli maschi che formeranno una delle più importanti macellerie della zona. “L’infanzia della famiglia B. (Zamboni non rivela il nome) si situa tutta nel contrattare bestie, comprarle, venderle e macellarle.” Alla morte del padre Giovanni, questi fratelli proseguiranno l’attività del commercio carni, una professione molto indovinata poiché: “gli uomini che lavorano hanno bisogno di carne, e gli uomini che combattono hanno bisogno di più carne degli uomini che lavorano.” (p.23)

Di fronte alle nazioni che pensano a come spartirsi il mondo, in pochi anni si costituiscono in “Ditta impresa viveri militari”. L’esercito è infatti automaticamente associato alla carne bovina, e il rullo di tamburi che annuncia la guerra a venire, significherà per loro l’apertura di un mercato illimitato.

Nell’immediato dopoguerra, l’Italia è divisa in due: tra chi è partito per combattere – e non riesce a raccontare il disastro che ha vissuto, né ad abituarsi alla vita civile – e chi è restato. Gli ex-combattenti hanno una “dimestichezza con la morte acquisita [negli anni di guerra in trincea] per i corpi sbudellati, smembrati, gassati e buttati via nel fango…tale da lasciare sgomenti i borghesi e gli imboscati”. (p.48)

L’entrata delle masse in politica e soprattutto l’intensità delle mobilitazioni del biennio rosso (1919-20), in un territorio reggiano che da fine Ottocento era “naturalmente socialista”, spaventano i proprietari della zona. In pochi mesi tra 1921 e 1922 sarebbe stata organizzata la reazione, che in quelle terre prende la forma del fascismo agrario: “i sette fratelli [metafora perfetta dei proprietari terrieri della zona] si attrezzano a difendere il frutto del loro lavoro.”

I fascisti si impongono in quegli anni attraverso una pratica di violenza diffusa e sistematica contro tutte le strutture socialiste, sostenuta dai proprietari terrieri e tollerata dalle forze di polizia, che riconoscono a questa organizzazione la capacità di portare ordine. La loro forza sta nel muoversi seguendo dinamiche e modalità di azione specifiche della guerra, riportate nella lotta politica di tutti i giorni. Zamboni non nasconde che la famiglia di macellatori della nonna finanzia le squadracce fasciste, e il nonno Ulisse, ex combattente di 26 anni, partecipa attivamente a quella repressione armata.

L’autore, dunque, si domanda: “Cosa significa prendere un bastone e rompere con le proprie mani le ossa e la testa a qualcuno che urla il suo male nello stesso modo in cui lo grideremmo noi? Non potersi distinguere nemici dal cognome…Dover indossare gli stessi suoni le medesime culture, la stessa lingua, un solo dialetto. Una cucina. Un paesaggio, l’aria stessa che si deve respirare.” (p.40)

E aggiunge: “I crimini vivono oltre la carne di chi li compie, ne incrostano il ricordo, il valore nell’aver vissuto. Poiché le nostre azioni saranno descritte in noi, buone e cattive, ci accompagneranno senza rimorso mutandosi in carne, modellando le fisionomie…Libri scritti siamo, soltanto l’analfabetismo degli occhi altrui ci risparmia.” (p.39)

Il nonno Ulisse viene assunto a lavorare per l’impresa di macellazione dei fratelli B. come mediatore di bestiame, lì conosce Odila, presto si sposano e iniziano una vita insieme a metà tra Reggio e la campagna del Podere Carina di Rivalta. Gli anni Trenta trascorrono in un “quotidiano benestare”, che nasconde l’intima precarietà di una condizione di potere che la guerra avrebbe stravolto.

Nel 1940 l’Italia entra in guerra a fianco della Germania nazista, e nel 1941 il nonno Ulisse viene nominato segretario del fascio di Campegine. Si tratta, in realtà, di una carica molto onerosa, perché da esercitare in un comune tradizionalmente socialista, comunque accettata da un uomo che non si tira indietro, “disponibile a fare la sua parte con l’arrivo dei tempi duri”.

Proprio a Campegine la sua storia si intreccia con quella dei fratelli Cervi. Sette fratelli impegnati a lavorare la terra cercando di ammodernare le tecniche di coltivazione, per affrancarsi dalle condizioni di vita vergognose dei contadini. Sette fratelli che sarebbero stati fucilati per rappresaglia dai fascisti nel 1944, trovati a proteggere in casa una cellula di insorti, e così divenuti simbolo della resistenza emiliana.

La prima fase della resistenza nel reggiano li vede come assoluti protagonisti della propaganda antifascista. Resta celebre la loro pastasciutta burro e parmigiano offerta a tutto il paese di Campegine per festeggiare la sfiducia a Mussolini dal Gran Consiglio del Fascismo il 25 luglio 1943.

Di fronte a una simile notizia, la folla smonta i simboli del regime, speranzosa che la guerra sia finita, ma non si aspetta le violenze e le ritorsioni che verranno. In quei mesi i tedeschi invadono Reggio, si costituisce la Repubblica Sociale Italiana, a cui avrebbe aderito in massa tutto il ramo materno della famiglia di chi scrive. Nel contempo si organizzano le forze partigiane.

Il popolo non riesce a tollerare questa riorganizzazione dei gerarchi fascisti esautorati con il crollo del regime, e rimessi al governo dietro il controllo tedesco. Nascono i Gruppi di Azione Patriottica, che attaccano d’improvviso obiettivi mirati, colpendo a sangue freddo da sotto i tabarri o dietro le siepi.

Uccidere a sangue freddo è una prova durissima da sostenere. L’emiliano è un popolo che sa uccidere, a sangue caldo. Ma guardare in faccia l’uomo che si deve colpire…scoprirlo uguale a sé nei particolari…Dicono che le prime volte un gappista dovesse ripetersi una frase come fosse una filastrocca, per eliminare ogni dubbio, per sospendere un tabù incancellabile: l’è un fasèsta, l’è un fasèsta, l’è un fasèsta. Fino allo sparo. Qualcuno rinuncia da subito. Qualcuno racconta al comando che il fascista quel giorno non c’era, mentendo. Qualcuno chiede una barba finta, qualcuno vomita, qualcuno si logora nell’attesa. Sempre pensano: e se la pistola facesse cilecca?” (p. 110)

Così tra bombardamenti alleati, e durissimi rastrellamenti dei tedeschi che colpiscono a caso tra i civili emiliani, una pattuglia della 37° brigata Gap formata da Rino Muso Soragni e Alberto Robinson Casoli uccide il nonno Ulisse. La famiglia materna, dopo aver sofferto questo ed altri lutti – anche gli altri due fratelli di Ulisse, fascisti e repubblichini sarebbero morti in quei mesi – si trasferisce a Verona sperando di affrontare meglio l’asprezza della guerra, e dopo molti patimenti arriva la fine del conflitto, che lascia inesorabilmente vedova la nonna Odila.

Con la liberazione il paese inizia a rialzarsi e il racconto di Zamboni si sposta sui due esecutori dell’omicidio di Ulisse. Il partigiano Muso sarà uno dei protagonisti di questa rinascita attraverso il lavoro, sostenuto e stimato da tutta la comunità per il ruolo svolto nella resistenza; per Robinson, purtroppo, non sarà la stessa cosa. Il venticinque aprile infatti tutti festeggiano, ma le vendette contro i fascisti vanno avanti nei mesi successivi.

Robinson svolge in questa fase un ruolo delicato nell’uccisione di vari fascisti della zona. Poi rifiuta di espatriare su consiglio del Pci, e, da latitante, arriva a testimoniare contro la federazione reggiana nel processo Vischi, che lo vede coinvolto per sequestro di persona. Così, si trova inesorabilmente escluso dalla nuova società reggiana, riorganizzata in toto sotto la spinta dell’ideale comunista.

Di fronte a questa chiusura nei suoi confronti, defraudato di una stima che si sentiva di meritare, decide di chiudere il conto con il suo compagno di battaglie partigiane, da cui si sente illegittimamente dimenticato. Il 16 marzo 1961 Casoli, con tipica tecnica da “gappista”, uccide l’amico Soragni in bicicletta, per poi costituirsi alla polizia nel vicino commissariato; con una città ancora scossa dalla strage di Reggio Emilia avvenuta pochi mesi prima, il 7 luglio 1960.

Il bisogno di andare a riscoprire una storia familiare nascosta perché molto dolorosa, l’eco di uno sparo che non si quieta mai, viene dall’inquietudine di scoprire la storia da cui si proviene: “il nome che avevo”; perché tocca ai nipoti raccontare quello che i genitori e i nonni hanno vissuto in prima persona, ma non possono comunicare.

Zamboni, nonostante il coinvolgimento diretto, non supera mai il confine che separa la comprensione dalla giustificazione, e si lascia affascinare senza limiti da quel legame primordiale con una terra, che ha dato senso e sapore alla vita umana per secoli.: “Il sangue degli oppressi scorre di colore uguale al sangue degli oppressori, mescolandosi ripetutamente. Resta a noi onorarne le differenze.” (p. 160)

Si tratta appunto di un “cantico delle creature emiliane”, perché al centro del racconto c’è la volontà di rendere giustizia a una terra straordinaria che tutto crea e a cui tutto un giorno deve tornare, perché la morte è parte della vita nel suo ciclo naturale. Una terra ricca e contesa, al confine tra la campagna e la città, che nei secoli ha creato quella forma di vita emiliana, che neppure guerre e fascismo sono riusciti a distruggere*.

Zamboni Massimo, “L’eco di uno sparo”, Einaudi, Torino 2015, (191 pp.)

* testo di prossima pubblicazione nel numero in uscita della rivista “Storia e Problemi contemporanei” Franco Angeli Editore.

@nickcooka

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