L’Idea Socialista, quel giornale autoprodotto cofondato da Impastato

A quarant’anni dall’omicidio per mano di Cosa Nostra del militante comunista Peppino Impastato, ucciso a Cinisi il 9 maggio del 1978, ricordiamo la figura di Peppino pubblicando un articolo del giornale “L’Idea Socialista”, progetto editoriale attorno al quale si raccoglie un gruppo di giovani, tra cui lo stesso Impastato, inizialmente vicini al PSIUP, che costituiscono un nucleo compatto con una forte e appassionata esigenza di rottura, d’innovazione e di riferimento critico nei confronti dell’amalgama clerico-reazionaria e mafiosa di Cinisi.

Cinisi, agosto.

“Dopo aver superato numerosi ostacoli iniziali, finalmente il giornaletto “L’IDEA” poteva presentarsi al pubblico. “Erano pochi fogli dattiloscritti e sfumati” doveva scrivere poi il “Giornale di Sicilia”.
Eppure quei fogli dattiloscritti e sfumati e “ruvidi”, come ebbe a scrivere “L’Unità”, erano una carica esplosiva che di lì a poco doveva scoppiare.

Non passarono cinque giorni dall’uscita del giornaletto – i Cinisensi avevano accolto la pubblicazione con commenti acidi o favorevoli, calorosi in ogni caso – che tutta la redazione dell’IDEA fu convocata in caserma. Fu svolta un’inchiesta a gruppo, a cui seguirono altri interrogatori individuali, finché fu redatto un fascicolo dal quale risultava chiaramente che “L’IDEA” era fuorilegge perché costituiva pubblicazione clandestina: al pretore di Carini fu affidata l’ardua sentenza. Fummo condannati ad un’ammenda, sotto forma di pena sospesa. In seguito ci appellammo.

Si concludeva con quest’atto una strana commedia iniziata qualche anno fa. Ebbe a scrivere il giornale “L’Ora”: “Corre insistente la voce che la denuncia sia partita dal collegio politico dirigente”. Scrisse “il giornale di Sicilia”: “Il sindaco, il democristiano Domenico Pellerito, è troppo indaffarato a Cinisi per poter pensare al campetto di calcio. Che diamine! Ci sono ben altri problemi che attendono d’essere risolti. Il campo può aspettare.” Scrisse “La Città”: “Nell’inchiesta sullo sport che il giornaletto “L’IDEA” ospitava nelle sue pagine, si muovevano lamentele all’operato dell’amministrazione comunale che non aveva saputo risolvere il problema dello sport a Cinisi.” Scrisse un altro giornale “I ragazzi ora hanno il bavaglio, non soffoca ma stringe, ed è tutto legale”. Scrisse anche “L’Ora”: I giovani redattori dell’IDEA avevano tentato di gettare una pietra nelle acque stagnanti della vita del loro paese e sono stati frenati nel loro coraggioso tentativo. Si tenta così di allevare piatti conformisti di cui non si conosce la probabile futura evoluzione”. Scrisse un giornale del Sud: “Si sta tra il timore di macchiare le carte a questi futuri funzionari dello stato e la paura di trasgredire la legge”.

Solo per aver scritto: “Forse il primo cittadino di Cinisi ignora del tutto il significato della parola sport e la trascuranza delle gerarchie comunali è una verità, una offesa alla dignità di tutti gli sportivi di Cinisi”, un gruppo di ragazzi si è visto costretto a frequentare per la prima volta caserme e tribunali, a vedere il proprio nome stampigliato nelle carte penali.

Nel rileggere qualcosa di quei fogli si resta stupiti della capacità che Peppino dimostra, all’età di 17 anni, nel formulare lucide analisi politiche, quali quella che riconosceva nel PSU “un’estensione della socialdemocrazia e una componente antisocialista per eccellenza, avvedutamente inserita nel sistema, per svolgere in esso un ruolo di effettiva copertura politica a quelle forze monopolistiche che del sistema stesso costituiscono il sostrato economico”.
Nel giornale si analizzavano i problemi del mondo del lavoro, dell’emigrazione, della repressione sessuale e gli aspetti delle componenti socio – politiche – economiche dell’ambiente: la cosa non poteva piacere in un ambiente pieno di conformismo.

“L’Idea” dopo il processo rimane bloccata per un anno: agli inizi del ’66, superata la fase processuale, torna ad uscire con articoli di attacco frontale nei confronti del settore politico che ne ha ostacolato l’esistenza, affrontando con maggiore impegno i problemi che travagliano il paese e portando avanti un progetto sempre più articolato ed esteso di denuncia e controinformazione. Un articolo a nome di Giuseppe Impastato, intitolato “Mafia, una montagna di merda” , provoca pesanti pressioni e gravi intimidazioni nei confronti di tutta la redazione e causa la prima profonda frattura fra Peppino ed i suoi parenti: “Si fussi figghiu meu, ci facissi un fossu e ci u urviicassi” (“Se fosse mio figlio farei un fosso e ve lo seppellirei”), dice don Tumasi Impastato al padre di Peppino; e Giuseppe Impastato, detto Sputafuoco, zio di Peppino, fa capire chiaramente al fratello che non è possibile tollerare in una famiglia di persone di “rispetto”, come la loro, l’attività e il comportamento del figlio. Luigi Impastato caccia di casa Peppino, che si stabilisce presso lo zio Matteo, fratello della madre, e moltiplica il suo impegno politico, quasi scaricando in esso la sua creatività e il suo bisogno d’affetto.

“L’Idea” continua la sua difficile vita: nel marzo del ’67 Peppino partecipa alla “Marcia della protesta e della speranza”, organizzata dalle popolazioni del Belice ancor prima che scoppiasse il terremoto, e pubblica un servizio.
Il penultimo numero dell’Idea ospita una lettera aperta al consigliere socialista prof. Abbate, nella quale si attacca frontalmente l’attività politica del prof. Pandolfo, astro nascente del PSDI e sindaco del paese: si denunciano i volgari metodi clientelari e le complicità con gli ambienti mafiosi, attraverso i quali il PSDI si è sostituito, anche come maggioranza politica, alla DC nella guida del paese.

L’ultimo numero del giornale pubblica questa lettera non firmata:
“Avete l’ardire di mettervi contro il Prof. Pandolfo, contro l’ex sindaco giudice Pellerito e recentemente anche contro quella degnissima persona che è il prof. Palo Abbate. In sostanza vi mettete contro il gruppo rappresentativo del paese, come se voi sapeste fare di più e meglio. Quattro straccioni come voi non possono garantire la sicurezza della nazione. Sol perché hanno pena di “consumarvi”, queste degne persone, da voi volgarmente oltraggiate, non assumono provvedimenti legali”.
Pandolfo denuncia L’Idea, il PSIUP prende le distanze dal giornale e dai suoi redattori, il maresciallo convoca in caserma Giuseppe Impastato e Agostino Vitale, rimasti ormai soli a stampare il giornale ed intima loro la chiusura, pena il deferimento all’autorità giudiziaria. Si chiude.