Lo chiamavano Jeeg Robot: l’etica criminale e la ricerca di riscatto delle periferie romane

Dopo “Non essere cattivo” – film postumo di Caligari – è uscito nelle sale un altro film ambientato nella periferia romana: “Lo chiamavano Jeeg Robot” diretto dall’esordiente Gabriele Mainetti. Come sostiene Mario Luongo i due film hanno molte cose in comune, non ultima quella di essere stati casi cinematografici postumi, dopo aver faticato molto per trovare un produttore.

La storia si inserisce nel filone di nuova epica poliziesca ripartita in questi anni con Romanzo criminale e Gomorra aggiungendo la componente legata al mondo dei fumetti e dei cartoni animati. In realtà il riferimento al fantasy consente di mantenere quel giusto distacco con la realtà (mancato in molte opere precedenti) senza sacrificare la profondità umana delle storie raccontate dai personaggi e spinge una riflessione più ampia sulla società in cui sono immersi.

Il contesto degradato in cui nascono i protagonisti condiziona in modo determinante le loro scelte, fino quasi a strutturare il loro destino. In questi enormi quartieri dormitorio, nel più totale vuoto culturale e istituzionale, lo Stato non esiste e la fanno da padrone i vari livelli di criminalità organizzata, che si dividono il controllo del territorio.

 

 

Nella criminalità esiste un’esplicita gerarchia sociale che non ha bisogno di finzioni: dai grandi boss, con i loro protettori, passando per le bande, si arriva ai piccoli delinquenti, una specie di sottoproletariato sempre disponibile e sacrificabile.

Il protagonista del film Enzo Ceccotti (interpretato da Claudio Santamaria) è un povero ladro, che riesce a sopravvivere facendo furti per uno dei componenti della banda guidata dallo zingaro (Luca Marinelli, protagonista di “Non essere cattivo”) che ha da poco iniziato a collaborare con esponenti della Camorra. In uno dei furti Enzo cade nel Tevere in un punto in cui erano stati scaricati liquami tossici e ne esce con autentici superpoteri.

Il delinquente per cui lavorava viene ucciso proprio da un “sottoproletario nero” che si ribella al suo destino di sacrificio naturale. Enzo si salva e prende coscienza della sua nuova forza fisica.

La morte del suo collaboratore lo fa entrare in contatto con sua figlia che da subito mostra forti disturbi mentali causati dai troppi abusi subiti. Solo la relazione con questa persona lo farà tornare a vivere.

ragazza tram

In questo mondo parallelo i rischi sono tali che ci si brucia facilmente. Enzo non è interessato alla carriera criminale e questo lo rende atipico e interessante, mentre “Fabio lo zingaro” vive per la fama e viene divorato dalla sete di successo in un circuito criminale sempre più competitivo.

E’ un po’ come se fosse un mondo parallelo a quello del mercato in cui la competizione economica si effettua senza finzioni giuridiche, ma come esclusivo scontro di forze.

Se si presta attenzione si coglie quanto la cultura e i valori dei criminali esprimano in modo radicale e in un certo senso genuino la cultura e i valori di questa fase del capitalismo estrattivo, di rapina. E nel caso specifico emerge la voglia di rivalsa di territori dimenticati, in cui l’unica possibilità di riconoscimento sociale è la carriera criminale.

Il problema è che questa corsa al successo produce continuamente vittime innocenti, e di fronte a questa strage non possiamo evitare di domandarci: perché la politica ha abbandonato a questo destino infame le periferie? Perché si è ridotta esclusivamente a marketing elettorale senza minimamente occuparsi dell’alfabetizzazione di base?

E la sinistra? La “sinistra di governo” da anni prende voti soprattutto nei centri urbani e dalle fasce medie culturalmente più elevate, che si sono potute permettere un’istruzione universitaria (magari privata!!) e ha perso completamente il contatto con queste condizioni di vita.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Nell’epoca post ideologica in cui sono venute meno le grandi visioni del mondo, c’è spazio solo per questi miseri valori economici che animano la competizione economica e sociale, quindi non devono stupirci che gli alti livelli di corruzione e i rapporti dello Stato con la criminalità. La nostra sfida deve essere mettere in discussione questo approccio antisociale alla vita che distrugge le relazioni, invece che rifugiarci dietro la bandiera della legalità (e del moralismo) che ci porta ad attaccare i politici di turno senza cogliere la radice del problema.

Nicola Cucchi

Leave a Reply