Omaggio a Barcellona: una città che resiste

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Nel 1938 George Orwell dà alle stampe il noto “Omaggio alla Catalogna”, un libro innovativo anche nelle forme letterarie che lo compongono. Per un verso un diario dell’esperienza in prima persona dello scrittore Inglese, che pure si era arruolato da volontario tra le fila della divisione Lenin del POUM, dall’altro un saggio fondamentale in grado di fornire all’umanità un resoconto lucido delle atrocità che attraversavano la Spagna sul finire degli anni ’30.

di Andrea Alba

Il noto scrittore passò quattro lunghi mesi sul fronte aragonese fino a quando, colpito da una pallottola al collo il 17 giugno del 1937, fu costretto a una lunga degenza ospedaliera a Barcellona. Qui ebbe modo di osservare col suo piglio geniale quella straordinaria forma di resistenza e autogestione che si sperimentò nella capitale catalana. E infatti con una descrizione di quell’irrefrenabile moto umano, di quelle forme sempre nuove di produzione sociale, attraverso gli episodi di solidarietà di classe che gli comparvero sotto gli occhi, produsse l’ouverture dell’opera:

Praticamente tutti gli edifici, piccoli o grandi che fossero, erano stati occupati dagli operai ed erano pavesati di bandiere rosse o di quelle rosso-nere degli anarchici; su ogni muro erano disegnati falci e martelli e le sigle dei partiti rivoluzionari; quasi ogni chiesa era stata saccheggiata e le immagini sacre bruciate.”

In una Spagna dilaniata dai miliziani franchisti e con l’appoggio del cosiddetto mondo liberale, nella città catalana si manifestò una resistenza senza precedenti. L’insurrezione di massa fu il 19 luglio del 1936. A guerra civile appena innescata, Barcellona mostra la sua natura di città ribelle, riversandosi in Plaza Cataluña, prima dell’arrivo dei fascisti. Il loro capo, il generale Goded, viene costretto a leggere alla radio un messaggio di resa e poi messo al muro e giustiziato dal popolo. È una battuta d’arresto fondamentale, anche se non muterà i rapporti di forza, visto che i nazionalisti riceveranno, di lì a breve, appoggi internazionali che giocheranno a loro favore. E infatti poco dopo la proletaria Barcellona conosce il suo primo bombardamento aereo, che dura appena due minuti e fa circa 500 vittime.

In quello straordinario laboratorio politico e sociale, egregiamente rappresentato dalla Barcellona resistenziale sempre Orwell scriveva:

Nessuno più diceva ‘Segñor’ o ‘Don’ e neanche ‘Usted’; tutti si chiamavano ‘compagni’ e si davano del tu, si salutavano con ‘Salud!’ invece che con ‘Buenos dias’. Una delle mie prime esperienze appena arrivato fu quella di sentirmi fare una ramanzina dal direttore dell’albergo per avere tentato di dare la mancia a uno degli inservienti.

Il resto è storia nota: nonostante la stregua resistenza, anche Barcellona crolla nel 1939. I repubblicani, malgrado l’entusiasmo internazionale per la loro resistenza, non riuscirono a fermare l’avanzata dei fascisti guidati da Franco, supportati dall’aviazione Tedesca e Italiana, facendo precipitare il Paese in una delle peggiori dittature del secolo breve. Eppure già allora Barcellona aveva rappresentato una anomalia, che fece di alcuni luoghi il simbolo di una umanità nuova, generosa e solidale.

In questi anni di ripresa di un ampio conflitto sociale, lanciato dal successo dei movimenti del 15-M, e dal successo politico di Podemos, Barcellona è tornata ad essere simbolo di nuove lotte di emancipazione. Innanzitutto con l’elezione di Ada Colau, sindaca proveniente dai movimenti per il diritto alla casa, la città è entrata oggi a pieno titolo nel novero delle città ribelli d’Europa.

E non a caso ha ospitato una gigantesca manifestazione di solidarietà verso i migranti, principale questione divisiva in un’Europa in cui fatica la ripresa economica, le diseguaglianze restano forti e si assiste al manifestarsi di un preoccupante rigurgito nazionalista.