Predrag Matvejevic, socialismo dionisiaco

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Quando nel 2000 mi sono per la prima volta avvicinato allo studio della storia della rivista filosofica jugoslava Praxis, non c’erano molti documenti e archivi a disposizione e gli studi sull’argomento erano rari. Il ricordo delle recenti guerre che avevano cancellato dalle mappe la Jugoslavia socialista era ancora molto vivo e parlare di quel paese e del marxismo non era proprio di moda.

Erano gli stessi anni in cui viveva a Roma, tra asilo ed esilio, Predrag Matvejević, che fece parte del Comitato organizzativo della Scuola di Curzola, il palco internazionale di quella rivista e il luogo dove avveniva il dialogo tra le varie anime delle sinistre di un mondo diviso dalla Guerra fredda e dai muri. Animato dalla volontà di capire di più di quella stagione della storia culturale della Jugoslavia, nell’ormai lontano 2001, provvisto di un registratore per cassette (all’epoca si faceva cosi), in un caldo luglio romano, catturai alcuni suoi ricordi e riflessioni di quegli anni.

Partita dalla Scuola estiva di Curzola, quella intervista si è trasformata in molto di più, una visione personale dello scrittore su alcune esperienze significative della sua vita e del paese in cui aveva vissuto. Non è un resoconto pignolo dei fatti, ma piuttosto una loro interpretazione. Questo è il suo pregio, anche se qualche storico potrebbe pensare diversamente.

In ricordo di questa personalità straordinaria, convito che la vita si conservi nel pensiero e nella parola, propongo un estratto di quel suo racconto/ricordo del mondo di ieri.

Quali sono stati i suoi primi contatti con i filosofi e gli intellettuali della rivista Praxis?

Quando la rivista Praxis iniziò a uscire alla metà degli anni Sessanta io ero ancora in Francia. Il mio avvicinamento ai filosofi praxisti risale al 1968. Ero da poco tornato a Zagabria poiché nel dicembre del 1967 avevo discusso il dottorato alla Sorbonne e da ricercatore ero diventato docente all’Università di Zagabria. A maggio, e più tardi nel giugno del ‘68, la rivolta studentesca parigina si espanse in molte città europee, tra le quali anche Belgrado e Zagabria. Mi ricordo che nei primi giorni di quel giugno ci siamo radunati nel Centro studentesco. Le manifestazioni erano già iniziate a Belgrado e la polizia ci sorvegliava. Poiché avevo vissuto a Parigi ed ero stato testimone del clima culturale che aveva preceduto il maggio francese, gli studenti di Zagabria mi chiesero di parlare. Fui tra quelli che suggerirono di far intervenire in quell’occasione anche Gajo Petrovi, capo redattore della rivista Praxis e Mladen Čaldarović, uno dei membri della redazione. Il discorso che tenni quel giorno uscì sulla rivista Razlog con il titolo Cosa hanno in comune i movimenti studenteschi in Europa. Seguendo le sorti del testo del programma d’azione degli studenti di Belgrado, quel mio contributo venne proibito. Confesso che non ho mai compreso perché fu vietato, poiché in esso non c’era nulla di veramente sovversivo. Questo fu il mio primo contato diretto, in qualche modo “intimo”, con i compagni della rivista Praxis.

Che seguito hanno avuto questi primi contatti?

Dopo quei fatti il collega Branko Bošnjak, membro della redazione della rivista Praxis, mi chiese di far parte del Comitato direttivo della Scuola di Curzola.

Se lo aspettava questo invito?

Sinceramente no, per due ragioni. In primo luogo mi ritenevo ancora troppo giovane e poi loro erano filosofi, mentre la mia formazione era letteraria. Credo che Bošnjak abbia contato sul fatto che le mie relazioni con l’Inteligencija francese potessero essere utili alla Scuola, anche perché a quel tempo collaboravo con alcuni giornali francesi e in particolare con il supplemento letterario di Le Monde.

Cosa hanno rappresentato per lei i filosofi della rivista Praxis?

Sono stato solo un membro del Comitato direttivo della Scuola e non della redazione della rivista. Non scrivevo per Praxis in quanto non mi sentivo un filosofo e vedevo questa saggistica filosofica come un pericolo per la letteratura. Comunque, la stagione della Scuola estiva rappresentò per me un periodo di maturazione. Fu il mio apprendistato, anche se non ho avuto un maestro in particolare. Mi trovai fra intellettuali che cercavano come me di pensare ad un socialismo dal volto umano da contrapporre al socialismo reale.

Quando andò la prima volta a Curzola?

Partecipai alla Scuola di Curzola per la prima volta nell’estate del 1968. Esisteva già da qualche anno, ma quella volta eravamo davvero in tanti. Quell’estate venne Herbert Marcuse che era al massimo della fama, in qualche modo era un mito del movimento studentesco. Curzola fu il primo posto in cui venne dopo il ‘68 parigino, prima ancora di qualsiasi altro in Francia. Fu una bellissima esperienza, ero giovane e da poco docente, avevo un’auto con la quale aiutavo colleghi e compagni più anziani nell’organizzazione e ogni tanto facevo traduzioni. Ricordo che tra noi c’erano Ernst Bloch, Henry Lefebvre con i suoi studenti di Nanterre, Erich Fromm che chiamavamo “l’Europeo d’America”, Jürgen Habermas che cercava ancora la sua strada, Lucien Goldmann, Kosta Axelos, Jean-Michel Palmier, Mario Spinella, Enzo Paci, Lelio Basso e tantissimi altri. Venivano anche i compagni dell’Istituto Gramsci e tantissimi studenti da ogni dove. In quei giorni avvenne l’occupazione di Praga e durante quei fatti si vide l’ingenuità di Dubček e si capì come Tito nel 1948 fosse stato molto più astuto di Dubček e di Imre Nagy nel 1956. Nessuno nel movimento comunista vedeva in Dubček un controrivoluzionario. L’entrata a Praga delle truppe del patto di Varsavia creò un grande scompiglio e molti dei comunisti espressero le loro riserve verso la politica dell’Unione Sovietica. Tutti eravamo sconvolti e per reagire decidemmo di scrivere delle lettere di contestazione. Bisogna ammettere che il governo jugoslavo permise a tutti quelli che volevano lasciare la Cecoslovacchia di venire e rimanere in Jugoslavia. Anche noi, da parte nostra, abbiamo fatto di tutto per aiutare i colleghi cecoslovacchi a rimanere nel nostro paese o di andare altrove liberamente. Questa fu la mia prima esperienza a Curzola e da allora andai ogni estate fino al 1974, quando la Scuola fu chiusa.

Cosa ricorda come una particolarità di quella Scuola in quegli anni?

La cosa più importante erano i dibattiti molto liberi come anche gli scontri fortissimi tra opinioni diverse. Non a caso di Curzola si parlava come di un luogo del “socialismo dionisiaco”. Ero spesso assieme ai trotzkisti, tra cui c’era Ernest Mandel, che era la guida del gruppo. Ricordo delle sue critiche totali e violente. Anche gli anarchici venivano in gran numero e tra questi c’era Daniel Guérin. Per molti, educati nel moralismo staliniano, era una sorpresa vedere come Guérin non nascondesse la sua omosessualità. Dato che parlavo francese, ho avuto occasione di tradurre le sue relazioni e ricordo che in quegli stessi anni furono tradotti a Zagabria i suoi scritti.

Perché oggi sembra che di tutti quegli sforzi non è rimasto nulla?

In primo luogo bisogna considerare che questa guerra è stata una grande tragedia, che ha esaurito, disunito e disarmato le forze intellettuali del paese. Il discorso nazionalista appariva già molto forte negli anni Ottanta, così sono riusciti a dividerci. Dopo la morte di Tito, ma anche negli ultimi decenni della sua vita, il partito era diventato un’organizzazione impotente, senza fini, disunita e nazionalizzata. Tutto questo poi va inquadrato all’interno della crisi che il movimento socialista internazionale stava vivendo e del fallimento dell’Urss, che diventava sempre più palese. Invece di trovare una nuova via noi siamo tornati ai vecchi nazionalismi. Purtroppo anche la parziale realizzazione dell’autogestione ha aiutato il nazionalismo. Io sono stato un difensore dell’autogestione, ma ritengo che bisogna distinguere due livelli, quello che gli inglesi chiamano Self-management (gestione della fabbrica) dal Self-government. In Jugoslavia si è dato vita ad un Self-government, e questo ha dato un apporto positivo all’affermazione delle identità, ma alla fine le ha spinte verso le vecchie ideologie nazionaliste che si sono fatte guerra.

Cosa rimane oggi del marxismo umanista della rivista Praxis?

Rimane un ricordo importante, uno tra i capitoli più belli della storia dell’Europa dell’Est e della ex Jugoslavia. Le amnesie sono di regola negative, per questo bisogna cercare di non dimenticare.

 

Luka Bogdanić – Alias, Il Manifesto

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