Sulla mia pelle. Il film su Stefano Cucchi tra violenza, omertà e indifferenza

È uscito giovedì 13 settembre il film “Sulla mia pelle” sulla storia dei giorni in carcere di Stefano Cucchi. La pellicola sul giovane romano morto 9 anni è stata girata da Alessio Cremonini, con protagonista Alessandro Borghi. I responsabili della morte sono ancora da accertare sul piano giudiziario. Il film merita di essere visto e diffuso per la sua capacità di presentare in maniera asciutta, senza retoriche, la durezza delle istituzioni su un cittadino inerte.

di Nicola Cucchi

Come tanti sono rimasto colpito dalle cronache che, a partire dal 2009, hanno seguito la morte di Stefano Cucchi. A livello personale, da quella volta mi capita ogni tanto che mi venga chiesto se sono parente della vittima, a causa dell’omonimia con questo ragazzo.

Insomma, giovedì sera sono andato a vedere il film in uno spazio occupato della mia città, Ancona. Pensavo fosse un’occasione importante anche per riflettere su quei fatti con altre persone, partendo da un punto di vista legittimamente critico.

Non voglio rivelare al lettore lo specifico della sceneggiatura del film, che merita sicuramente di essere visto. Preferisco soffermarmi su alcuni passaggi rivelatori di problemi più ampi e ricorrenti del sistema sociale e punitivo in Italia.

 

Una rinascita difficile

La “storia sbagliata” di Stefano inizia con le scene di una ripresa, alternate da ricadute nelle dinamiche illecite. Le immagini del giorno che si sarebbe concluso con l’arresto raccontano di un ragazzo in piena ripresa: corsa per strada, boxe in palestra, lavoro al cantiere e cena in famiglia. Eppure, il protagonista non era ancora uscito da quel mondo, spacciava hashish e cocaina.

Qui si pone il problema di quanti, nonostante sforzi personali, familiari e di strutture d’accoglienza, fanno fatica ad uscire e ricadono nel circuito che li ha inglobati. Stefano aveva trascorso anni in una comunità, dopo una dipendenza da eroina.

A me resta la convinzione che si faccia sempre troppo poco in termini di prevenzione. Le istituzioni bene o male intervengono dopo la “caduta”, ma faticano ancora molto ad intervenire prima in termini di sostegno alle marginalità, in una condizione di generale carenza di riferimenti educativi.

 

L’arresto e la “certezza della pena”

È notte. Stefano viene avvicinato dai carabinieri mentre fuma una sigaretta con un amico. Lo perquisiscono e viene trovato con quantità di hashish tagliata per la vendita e così viene portato in caserma. Ai carabinieri già aggressivi si aggiungono altri in borghese che mostrano toni apertamente violenti. Lui non da l’indirizzo di casa perché sa che lì troverebbero altra droga. Preferisce esporsi con i familiari, e indirizza i carabinieri verso la casa dei genitori. Lì non trovano niente. Sembra poter scampare il fermo quella notte.

I carabinieri sono consapevoli dell’alta probabilità che, con quelle accuse, Stefano venga scarcerato la notte stessa. Con il lasciapassare implicito dei presenti in caserma, “lo giustiziano”.

Perché questa violenza?

L’idea che mi sono fatto sul “non detto” di questa violenza è: “in assenza di ‘leggi giuste’, (giustamente punitive) i delinquenti non possono sempre farla franca. Bisogna che interveniamo noi!”

Quante volte capita di sentire parlare dell’impunità degli spacciatori, in un contesto sociale che disprezza apertamente le persone coinvolte in problemi di droga, come se quel consumo non fosse parte integrante di una società ingiusta. Questi discorsi hanno creato un consenso sullo stato di “marginalità irrecuperabile” dei tossicodipendenti, che apre potenzialmente una zona franca allo sfogo dei membri più violenti delle forze dell’ordine. Non credo che la morte di Pamela Mastropietro a Macerata avrebbe avuto la stessa copertura mediatica se la ragazza fosse deceduta in caserma.

 

Le maglie della burocrazia

Dopo averlo picchiato non gli consentono di vedere l’avvocato fino alla prima udienza, nonostante lui lo richieda esplicitamente. L’udienza è l’unico momento in cui riesce a vedere un familiare, il padre, che vede i lividi sul volto ma preferisce non esporsi, soprattutto dopo la conferma del fermo.

Da quella notte inizia una catena di omertà e sguardi abbassati dei pubblici ufficiali. Tutte le forze dell’ordine che incrociano i lividi di Stefano, poliziotti/carabinieri/guardie carcerarie evitano quei lividi, e utilizzando le maglie larghe dei regolamenti riescono a nascondere un crimine evidente.

A questi si somma l’indifferenza irresponsabile dei medici/infermieri. Preoccupati solo di essere a posto con la legge, non provano nemmeno a coinvolgere la famiglia di fronte ai rifiuti di essere curato di uno Stefano sempre più dolorante, solo e abbandonato.

 

Buchi di sistema

Mi sembra evidente che manchino dei controlli a garanzia del cittadino, ed è altrettanto evidente che gli interessati – le forze dell’ordine – in tutti questi anni hanno opposto un muro a qualsiasi proposta di riforma: una legge seria sulla tortura e la più semplice introduzione del numero identificativo sui caschi.

A me restano però due domande a monte sulle forze dell’ordine: Come vengono selezionate e soprattutto come vengono formate? Lo chiedo perché queste mi sembrano questioni centrali per garantire l’utilità sociale e la “civiltà” dell’uso legittimo della forza pubblica in un ordine democratico. Come cittadini abbiamo diritto di sapere.

Seconda riflessione. Il film si conclude con un dato sui morti in carcere nel 2009: se non sbaglio intorno ai 180. E i morti sono solo la punta di un iceberg di violenza diffusa. Se si sono permessi questo tipo di intervento con Stefano, un italiano con documenti e famiglia al seguito, mi chiedo cosa potrebbero fare a uno straniero senza documenti e persone che chiedano della sua incolumità. Temo, purtroppo, che i casi di abusi e violenze vadano ben oltre singoli eccessi. Questo confermerebbe ulteriormente il bisogno di intervenire anche per tutelare i tanti poliziotti seri, vittime di un sistema che protegge apertamente gli eccessi.