Totò è una maschera ribelle

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Questa fase della nostra storia è caratterizzata dall’anestetizzazione mediatica di qualsiasi forma di conflittualità, e in particolare questo fenomeno salta agli occhi quando si rievocano figure del passato. La tendenza dei media si esprime in una celebrazione acritica delle “grandi figure storiche”, molto attenta a depotenziare il personaggio da tutte le spinte alla rottura e alla messa in discussione dell’ordine costituito.

In questi giorni si stanno celebrando i cinquant’anni dalla morte del grande attore Antonio de Curtis, in arte Totò. De Curtis, venendo dal teatro, aveva costruito in Totò una vera e propria maschera scenica, un personaggio con caratteristiche specifiche che riproponeva nelle differenti trame narrative. In particolare nei film della prima fase, i caratteri messi in scena da Totò esprimono una ribellione verso le élite e una forza politica antisistema, volutamente nascosta e messa da parte dai tanti commentatori attuali.

Capire i significati della maschera è fondamentale perché ci consente di penetrare nella cultura politica di un’epoca molto lontana dal nostro presente. Totò infatti è un coacervo di opinioni e atteggiamenti sedimentati nella memoria di un popolo, ed espressi da un artista pienamente inserito nell’esperienza storica della società a cavallo tra primo e secondo dopoguerra, dunque in piena epoca fascista.

Per approfondire questo tema prendiamo “Totò a colori”, un film girato da Steno nel 1952 che, pur avendo una trama molto debole, ha concentrato alcune tra le migliori gag che riproducono una ribellione verso l’ordine costituito. In particolare vogliamo soffermarci su due forme di rifiuto dell’autorità: il ribaltamento degli equilibri vitali nel paesino da cui proviene, e la ribellione verso il deputato nazionale, l’onorevole Cosimo Trombetta incontrato nel vagone letto del treno. Totò offre una testimonianza artistica e politica fondamentale, rifiutando che il riconoscimento della dignità umana si leghi al posto occupato nella scala sociale.

 

L’incomprensione con il mondo contadino

Totò, nel film interpreta il maestro Scannagatti, un compositore musicale malvisto dalla famiglia e dai vicini per il disturbo che arreca alla quotidianità del paesino da cui proviene. Le scenette che si susseguono nella prima parte ci fanno capire come nessuno riesca realmente a comprendere l’arte del compositore, che in ogni caso si considera un autentico genio.

In questa scena la sorella, il marito siciliano e il vicino di casa vengono a lamentarsi dei continui rumori prodotti dall’artista in fase di composizione, che fanno impazzire il vicinato. Totò si difende ribaltando continuamente il piano del discorso e rivendicando la sua condizione di genio incompreso, nella convinzione che la storia lo riabiliterà.

Il maestro Scannagatti viene contattato dal sindaco della città per dirigere la banda in occasione del ritorno di un paesano emigrato negli Stati Uniti d’America, il fratello Joe. Scannagatti rovina tutta la manifestazione non rispettando le pause, e non facendo parlare l’invitato.


In questa altra scena il maestro Scannagatti, alla ricerca della coppia di fidanzati che può metterlo in contatto con la casa discografica “Discordi”, si reca a casa del sindaco e lì chiede informazioni ad un contadino. Il dialogo si blocca continuamente a causa di equivoci e incomprensioni con un mondo che si esprime solo in dialetto, e che Totò non manca di irridere.

 

La comicità come ribellione alle élites

Il rapporto con le élites viene declinato in vari modi a seconda del tipo di figura rappresentata: nella prima fase esprime la ribellione verso i notabili locali, poi abbiamo l’incontro con le nuove generazioni ricche, influenzate dalla cultura d’oltreoceano e infine lo scontro con l’onorevole incontrato in treno.

Totò “si maschera da giovane” per confondersi nel gruppo e avere i contatti che gli interessano. Tuttavia non manca di smontare una dopo l’altra tutti i loro gusti. In questa scena si spaventa di fronte a un’imitazione di un quadro di Picasso.

 

Per concludere, è del tutto a se stante l’incontro epico con l’onorevole Trombetta, una perla discorsiva che delegittima qualsiasi forma di rispetto dovuto verso un’autorità sociale e politica.

L’onorevole Trombetta avrebbe voluto stare in carrozza da solo, perché non ama condividere la notte con estranei, ma avendo prenotato troppo tardi si trova costretto ad accettare un altro passeggero. Siamo nell’Italia dell’immediato secondo dopoguerra, una fase storica in cui le differenze sociali hanno ancora un valore assoluto e attribuiscono una dignità differente alle varie figure sociali. 

L’onorevole, non a caso, rivendica con orgoglio la sua provenienza: “io prima di essere eletto deputato, non lavoravo, esercitavo una professione..facevo l’ostetrico
Per sua sfortuna trova di fronte a sé una figura anarchica
Totò non lo capisce (o finge di non capirlo), lo tratta come un disoccupato, “eh si fa fatica a lavorare con le ostriche” gli propone di diventare un venditore abusivo di sigarette; insomma lo smonta socialmente.

Dopo una serie di incomprensioni l’onorevole si svela e rivendica il suo ruolo politico. “E’ da mezz’ora che siamo qui e lei non ha ancora capito  con chi sta parlando. Io sono l’onorevole…!”  Totò a questo punto alza ulteriormente il volume e lo distrugge esclamando: “Onorevole??? Lei??? Ma mi faccia il piacere!!!”.

La maschera di Totò, in questo come in altri film, rappresenta una figura sospesa tra un mondo contadino composto da ignoranti, senza la minima sensibilità per la sua arte, e un mondo urbano irraggiungibile, perché già proiettato verso una modernizzazione industriale che non avrebbe consentito alcuna forma di controtempo comico. Mentre da un lato Totò “sfotte” ripetutamente i contadini ignoranti, dall’altro diventa il loro primo rappresentante quando si rapporta alle élites che li soggiogano a livello locale e nazionale.

E’ un segno dei tempi che il profilo antisistema, persino anarchico, della maschera venga del tutto occultato dai media, attenti a celebrare il “principe della risata” senza far emergere le tensioni sociali profonde che la sua comicità esprime nel modo più limpido e irriverente. Irridere un sindaco, o un onorevole, nei primi anni Cinquanta è un azione ribelle, un’opposizione radicale verso le forme di esclusione sociale delle classi povere date per scontate all’epoca.

Contro ogni forma di anestetizzazione dell’arte, e in questo caso della comicità, il successo di Totò è spiegabile anche per il suo essere una “maschera ribelle”, un rappresentante di quelle fasce popolari considerate nulla dalle elite. Totò, insomma fa ridere perché smonta, senza paura, un potere sociale tenuto in piedi da legami deferenziali che attribuivano un ruolo politico indiscutibile ai più ricchi, in una società ancora immersa in uno stadio agricolo, in cui non si aveva la minima idea di cosa fosse la democrazia.

Nicola Cucchi

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