L’Esecutivo guidato da Pedro Sanchez ribadisce che non autorizzerà l’uso delle basi spagnole e difende una risposta ferma basata sul diritto internazionale e sulla de-escalation diplomatica.
Il governo spagnolo ha affermato che gli Stati Uniti non hanno utilizzato, né utilizzeranno, le basi militari che mantengono sul territorio spagnolo nel contesto del conflitto con l’Iran. Il ministro degli Esteri José Manuel Albares ha categoricamente negato ciò in un’intervista a TVE, sottolineando che il governo non consentirà alcun utilizzo che esuli dall’accordo bilaterale o dal diritto internazionale.
“Le basi sovrane spagnole non saranno utilizzate per nulla che non sia previsto dall’accordo con gli Stati Uniti o per nulla che non rientri nella Carta delle Nazioni Unite”, ha affermato Albares, insistendo sul fatto che “le basi non vengono utilizzate” e che, in ogni caso, il Governo non lo autorizzerà.
Secondo Reuters, 15 aerei statunitensi hanno lasciato le basi aeree di Morón de la Frontera e Rota dopo che il governo spagnolo ha rifiutato loro di consentire il volo. I dati di FlightRadar24, citati dall’agenzia, indicano che sette di questi aerei sono atterrati alla base aerea di Ramstein.
Albares ha osservato che si tratta di basi ad uso congiunto sotto la sovranità spagnola, e pertanto la Spagna “ha l’ultima parola” sul loro utilizzo. Ha anche negato che Washington avesse dato un preavviso dell’attacco contro l’Iran, che ha descritto come “un’azione unilaterale al di fuori di qualsiasi azione collettiva”.
Rifiuto dell’offensiva e avvertimento di escalation
Il primo ministro Pedro Sánchez ha espresso fin dall’inizio il suo rifiuto dell’offensiva statunitense e israeliana contro l’Iran, che ha definito “una violazione del diritto internazionale”. In un discorso al Mobile World Congress di Barcellona, ha avvertito che “la violenza porterà solo altra violenza”.
Albares ha ribadito questa posizione, pur sottolineando che la Spagna ha ripetutamente condannato la repressione della popolazione da parte del regime iraniano e ha sostenuto le sanzioni dell’Unione Europea contro Teheran e la Guardia Rivoluzionaria. Ha tuttavia sostenuto che l’azione militare degli Stati Uniti e di Israele “non trova posto nella Carta delle Nazioni Unite”.
Il ministro ha lanciato l’allarme: “Escalation militare dalle conseguenze imprevedibili”, con effetti già visibili come la paralisi dello Stretto di Hormuz, l’aumento del prezzo del petrolio e l’estensione del conflitto ad altre zone della regione.
Convocazione dell’ambasciatore iraniano
Nonostante le critiche alle azioni di Washington, il Ministero degli Esteri spagnolo ha convocato l’ambasciatore iraniano a Madrid per esprimere la sua condanna degli attacchi lanciati da Teheran contro i paesi del Medio Oriente. Il governo non prevede di inviare una convocazione analoga all’ambasciatore statunitense.
Il rappresentante iraniano sarà tenuto a cessare immediatamente gli attacchi e a usare la sua influenza su Hezbollah per fermare il lancio di missili e razzi contro Israele. Il conflitto si è esteso al Libano e a Cipro, dove un attacco missilistico ha costretto l’annullamento di una riunione dei ministri degli Esteri dell’UE per motivi di sicurezza.
La Spagna chiede una posizione più ferma all’UE
In ambito europeo, l’Alto rappresentante per gli affari esteri, Kaja Kallas, ha condannato gli attacchi iraniani e la violazione della sovranità di diversi paesi della regione, senza tuttavia menzionare espressamente le azioni degli Stati Uniti e di Israele.
Albares ha riconosciuto che avrebbe preferito una dichiarazione “più ferma, chiara e incisiva” da parte dell’Unione Europea e ha sostenuto che l’Europa non può rimanere “tiepida” di fronte a una crisi di questa portata. A suo avviso, la priorità dovrebbe essere quella di facilitare la de-escalation e il ritorno al dialogo e alla diplomazia.
Il Segretario generale del PCE, da parte sua, chiede la chiusura delle basi e si rallegra del fatto che non vengano utilizzate per aumentare “l’escalation militare” nella regione, sostenendo che “gli Stati Uniti e Israele ci stanno conducendo alla terza guerra mondiale”.
Fonte: Mundo Obrero




