Migliaia di persone nei cortei romani. Poi un uomo a volto coperto attacca una coppia dell’Anpi con una pistola ad aria compressa.
di Luciana Cimino e Giuliano Santoro – Il Manifesto
I comizi dal palco sono appena finiti. Le migliaia di persone che in corteo sono arrivate al parco Schuster, sono sedute sul pratone. Per lo più sono famiglie, i bambini giocano tra le bandiere dell’Anpi e della Palestina. La musica a un certo punto si interrompe: «Attenzione: hanno sparato a due nostri compagni con una pistola ad aria compressa. Sono tutte e due in ambulanza e non sono gravi. Un gesto gravissimo che noi stiamo denunciando alle autorità», dicono gli organizzatori dal palco.
Marina Pierlorenzi, la segretaria dell’associazione nazionale dei partigiani di Roma e Lazio è ancora sotto shock mentre racconta quanto accaduto: un uomo con il volto coperto da un casco integrale e una giacca verde militare (una mimetica, si dirà nei primi concitati minuti) ha sparato con una pistola ad aria compressa verso due partecipanti da uno scooter. È una coppia, iscritta all’Anpi e con il fazzoletto tricolore dei partigiani addosso. Lei, R.G., viene colpita alla spalla, il marito, N.F., al collo. Saranno medicati subito dalle ambulanze presenti sul posto, le escoriazioni sono lievi. Poi la denuncia in questura. «Mi sento scossa e molto indignata, perché questo dimostra che di queste manifestazioni si continua ad averne una grande necessità perché i fascisti che si comportano da vigliacchi continuano ad esserci e noi dobbiamo stare molto attenti – ha detto la donna – Non va abbassata la guardia». «Siamo tutti scioccati perché sono compagni e compagne che sono venuti qui per stare insieme in un momento di grande festa per celebrare la Resistenza parlando di pace, per stare bene – ha sottolinea la presidente Anpi provinciale di Roma – La festa è stata pensata in questo parco perché anche bambini e persone anziane potessero stare con noi tutto il giorno».
La dinamica sembra chiara, anche l’ipotesi di reato (gli inquirenti starebbero valutando di procedere per lesioni gravissime), anche se rivendicazioni non ce ne sono. La Digos ha acquisito le immagini. Ma quello che sembra certo è che l’obiettivo del tiratore fossero proprio i partecipanti alla manifestazione del 25 aprile. «Un fatto inquietante che colpisce una giornata simbolo per i valori democratici del nostro paese», ha commentato il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri che fino a poco prima era sul palco con il segretario nazionale della Cgil, Maurizio Landini, e i partigiani capitolini. «È stata un’azione intimidatoria, deliberatamente diretta contro chi stava celebrando la Resistenza e la Liberazione», ha spiegato Amedeo Ciaccheri, presidente del municipio VIII dove ogni anno si celebra il 25 aprile capitolino. E Nicola Fratoianni, leader di Avs legge l’accaduto come «un ulteriore episodio di una lunga serie di intimidazioni, minacce, atti di violenza di segno fascista che da troppo tempo si verificano». Nessun commento, invece, dalle destre, che in altri casi di segno opposto avevano urlato all’allarme «violenza».
La giornata, fino a quel momento, era stata un successo con le strade di Roma in festa, da Garbatella al Pigneto, fino all’altro grande corteo del Quarticciolo. Non si erano verificati neanche «gli incidenti» degli anni precedenti, con le provocazioni incrociate di alcuni membri della comunità ebraica capitolina e alcuni collettivi studenteschi. Gli unici fischi che si sono sentiti sono stati quelli rivolti da alcuni militanti di Cambiare Rotta a una delegazione dei Radicali italiani e PiùEuropa con le bandiere dell’Ucraina. Secondo quanto denunciato, gli studenti avrebbero anche usato spray urticante in direzione delle forze dell’ordine.
Per il resto il clima era festoso, intervallato dai canti delle mondine e di lotta e dalla testimonianze dei partigiani superstiti come quella di Mario Di Majo che ha commosso e divertito la piazza: «A San Lorenzo (uno dei quartieri capitolini bombardati durante la Seconda guerra mondiale, ndr) eravamo tutti comunisti e quando so’ arrivati i fasci l’amo presi e j’avemo menato». Alcune ragazze traducono la frase all’amica statunitense che si diverte e commenta: «Sapevo che l’Italia si era liberata dai nazifascisti ma non immaginavo che ancora si festeggiasse». Il partigiano lascia la parola al sindaco, poi chiude Landini parlando dei genitori partigiani, di giustizia sociale e di opposizione alle guerre. Partono gli applausi, i pugni chiusi, i cori per la Palestina. Si fa coinvolgere anche Maurizio, tassista: «Mi sono commosso anche se ero solo passato a prendere mio figlio e gli amici per portali dall’altra parte della città». Come molti altri ragazzi avevano deciso di continuare la giornata partecipando anche all’altro grande corteo della Capitale.
Ormai da qualche anno, buona parte della Roma dei movimenti e dei centri sociali si ritrova a Centocelle. A Roma Est, tra Centocelle, il Quadraro e Torpignattara, la Resistenza ebbe un ruolo strategico: mentre gli alleati erano sbarcati ad Anzio e risalivano verso Roma, i partigiani ebbero il compito, osservato con testarda caparbietà tipica delle periferie della capitale, di fiaccare le truppe nazifasciste. Si parte alle 11 da piazza delle Camelie per arrivare al Quarticciolo, il quartiere messo nel mirino dalle emergenze sicurezza e dal decreto Caivano dove una fitta rete sociale ha imposto un’altra agenda rispetto a quella meramente repressiva.
Prima della partenza, viene posto il monumento autogestito «Potenziali bersagli 2026». Raffigura due sagome che rappresentano una donna e un bambino. Sono sul punto di essere giustiziati. «Eppure non si arrendono: le loro mani incrociate dietro la schiena con le dita in segno di vittoria sono un inno alla libertà. Due sagome indomite, non arrese, resistenti. Ognuno con la propria kefiah, simbolo della dignità del popolo palestinese», spiega Alessandro «Mefisto» Buccolieri, uno degli artisti autori dell’opera d’arte. Che disegna un’ideale filo conduttore con la piazza di Porta San Paolo: la donna e il bambino sono la sesta e la settima sagoma dell’altro monumento che si trova davanti alla Piramide. E che venne inaugurato il 25 aprile di trentuno anni fa. I «potenziali bersagli» di allora erano cinque statue dedicate alle vittime dell’olocausto: un omosessuale, un immigrato, una donna ebrea, un antifascista e una donna rom.
Lungo il cammino si ritrovano almeno ventimila persone. C’è un intervento dal camion in testa al corteo che rappresenta bene il flusso delle resistenze. È quello di Graziella Bastelli, storica esponente delle battaglie al Policlinico fin dagli anni Settanta e dei movimenti femministi: «Non bisogna smettere di lottare – dice rivolta alle più giovani – Anche quando tutto sembrava più difficile i conflitti che abbiamo fatto vivere hanno contribuito a cambiare il mondo».




