Schiacciante affermazione per l’ex presidente Rumen Radev alle elezioni politiche anticipate di ieri in Bulgaria: il suo “Bulgaria progressista” avrà la maggioranza assoluta nel parlamento di Sofia. Preoccupazioni in UE per le posizioni pro-russe di Radev, che ha chiesto una riapertura del dialogo con Mosca.
di Francesco Martino – Osservatorio Balcani e Caucaso
Dopo otto elezioni anticipate nel giro di appena cinque anni, i cittadini bulgari chiedevano alle consultazioni parlamentari del 19 aprile un cambiamento di pagina, un risultato chiaro e stabilità politica. Per ottenerle, sono tornati alle urne nonostante l’evidente stanchezza accumulata negli ultimi cinque anni – segnati da ben otto elezioni anticipate, comprese quelle di ieri – con un’affluenza in deciso aumento che stavolta ha superato il 50%.
Dati alla mano, si risvegliano stamattina con un panorama politico rivoluzionato: “Bulgaria progressista”, l’alleanza politica battezzata appena alcuni mesi fa dell’ex presidente Rumen Radev ha trionfato, raccogliendo consensi ben oltre le già rosee aspettative della vigilia. Con lo spoglio arrivato a circa il 60% dei seggi, “Bulgaria progressista” ha ricevuto oltre il 44% dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi nel prossimo parlamento di Sofia.
Al momento, solo quattro partiti superano con certezza la soglia di sbarramento del 4%. Insieme a “Bulgaria progressista”, i riformisti liberali di “Continuiamo il cambiamento” (14%), il movimento di centro destra GERB dell’ex premier Boyko Borisov (13,1%) e il Movimento per le Libertà e i diritti (DPS) del tycoon Delyan Peevski (5,4%). I nazionalisti di Vazrazhdane (Risorgimento) sono dati ora al 4,5% ma non è escluso che a spoglio ultimato, con il conteggio dei voti dall’estero, possano rimanere esclusi dai giochi.
Quello che è certo è che Radev e “Bulgaria progressista” hanno vinto la loro scommessa, e potranno contare sulla maggioranza assoluta dei seggi, senza bisogno di cercare alleati per creare una maggioranza stabile. “Questa è la vittoria della speranza sullo scetticismo. Grazie per la fiducia”, ha dichiarato a caldo Radev, mentre la sua chiara vittoria è stata riconosciuta dagli altri attori politici già nella serata di ieri.
Radev, in passato top gun e comandante delle forze aeree bulgare, prima di ricoprire per due mandati il ruolo di capo dello stato, ha convinto gli elettori promettendo lotta senza quartiere alla corruzione, riforme nei settori chiave – soprattutto in quello della magistratura – e maggiore attenzione alle fasce più deboli della popolazione, preoccupate dall’inflazione dopo l’ingresso della Bulgaria nell’Eurozona a inizio 2026 nonostante i buoni indicatori macroeconomici registrati dal paese negli ultimi anni.
Più che sul programma, però, Radev ha fatto leva sul suo carisma e sulla credibilità guadagnata nei lunghi anni come presidente. La sua promessa era riuscire là dove una lunga lista di partiti e movimenti negli ultimi anni aveva fallito: mettere definitivamente la parola fine al lungo dominio politico del due Boyko Borisov – Delyan Peevski, durato più di dieci anni.
Un connubio di potere accusato di aver imposto un sistema corrotto e familista alla Bulgaria, e contro cui lo scorso dicembre decine di migliaia di persone erano scese in piazza – nelle più grandi manifestazioni anti-governative degli ultimi decenni – facendo cadere il claudicante esecutivo Zhelyazkov e portando la Bulgaria alle elezioni di ieri.
Ad alimentare le proteste era stato soprattutto “Continuiamo il cambiamento”, ma a raccogliere i frutti dell’energia delle piazze è stato Radev, che con la sua vittoria senza appello è riuscito là dove né i liberali né altri partiti-meteora erano riusciti in questi anni. Borisov, mattatore della scena politica bulgara per tre lustri dovrà ora farsi da parte mentre Peevski – sanzionato per corruzione dagli USA e per molti bulgari simbolo vivente di tutte le storture del sistema – non avrà voce nella creazione del prossimo esecutivo.
L’incognita della politica estera
Il progetto di Radev è riuscito ad attirare i consensi di molti elettori che nelle tornate elettorali precedenti erano rimasti a casa. “‘Bulgaria progressista’ ha però sottratto voti sia a ‘Rinascimento’ che a GERB che ai liberali”, ha commentato per l’emittente bTV il sociologo Dobromir Zhivkov. “Si tratta di un fenomeno nuovo nel nostro paesaggio elettorale, in grado di attirare consensi dall’intero spettro politico”.
Se a livello interno i punti all’ordine del giorno erano un cambio di pagina al governo, ritrovata stabilità e una distribuzione più equa delle risorse, a livello internazionale a far discutere e a suscitare dubbi e timori, è però l’orientamento geopolitico di Radev.
Da presidente, il leader di “Bulgaria Progressista” non ha mai nascosto un suo occhio di riguardo nei confronti della Russia. Dopo l’inizio dell’aggressione di Mosca contro l’Ucraina, si è sempre opposto fermamente ad ogni aiuto militare Kyiv, caldeggiando invece la linea di una riapertura del dialogo con il Cremlino.
Una posizione che rispecchia quella di una parte importante – anche se oggi forse minoritaria – dell’opinione pubblica in Bulgaria, paese che vanta importanti relazioni storiche, culturali e religiose con la Russia. In campagna elettorale Radev ha definito la riapertura delle relazioni con la Russia come “inevitabile”, candidandosi poi a fare da intermediario tra Bruxelles e il Cremlino.
Un ragionamento che Radev ha sostanziato con la sua visione strategica degli interessi bulgari, soprattutto nel settore strategico degli approvvigionamenti energetici. In un mondo sempre più insicuro e imprevedibile, secondo il prossimo premier bulgaro, per Sofia è un errore potenzialmente fatale rinunciare agli idrocarburi russi, disponibili via tubo attraverso le due sponde del mar Nero, per affidarsi a fonti alternative provenienti da regioni turbolente come il Golfo Persico e da alleati imprevedibili come gli USA di Donald Trump.
La Russia potrebbe poi tornare a giocare un ruolo importante nel rilancio del nucleare bulgaro, altra priorità dichiarata da Radev in campagna elettorale.
“L’Europa deve tornare ad essere pragmatica se vuole tornare ad essere concorrenziale e a fermare la sua deindustrializzazione”, ha dichiarato Radev ieri sera. “E se vuole farlo si deve garantire le risorse necessarie”.
Viste le premesse, non è quindi una sorpresa che in Europa in molti si chiedano se Radev è destinato a diventare il nuovo Viktor Orbán. Finora l’ex presidente bulgaro non ha mai assunto posizioni esplicitamente anti-europee. Nel 2025 ha chiesto ripetutamente un referendum sull’adesione della Bulgaria all’Eurozona, dichiarando però di non essere contro la moneta unica, ma a favore di interpellare i cittadini bulgari su una scelta così fondamentale.
C’è poi da aggiungere che dalla sua adesione all’Unione europea nel 2007, le classi dirigenti bulgare hanno scelto una linea molto più accomodante nei confronti di Bruxelles di quella scelta dall’ex premier ungherese, anche grazie al fatto che Sofia è uno dei paesi che più ha tratto vantaggio dai fondi UE e che l’opinione pubblica nel paese resta a larga maggioranza convinta della propria scelta europeista.
Di certo con una maggioranza schiacciante in parlamento e piena libertà di movimento, le vere intenzioni di Radev non tarderanno ad emergere. Vedremo allora se – dopo aver rivoluzionato il panorama politico interno – l’ex presidente vorrà stravolgere anche i rapporti tra la Bulgaria e i suoi partner europei per riavvicinare il paese alla Russia.




