Il multilateralismo rimane un’aspettativa diffusa per la maggioranza degli Stati del mondo, malgrado Trump. Recentemente l’ha dimostrato il fatto che nessuno Stato ha seguito gli USA nel loro abbandono dell’Organizzazione sanitaria mondiale, né nell’uscita dagli accordi di Parigi sul clima.
di Renato Pisani
Dopo decenni di ONU, OMC, COP, etc., sia gli Stati dell’Occidente sia quelli del Sud globale si sono abituati a questa pratica. Governi, ma anche per popolazioni e parti sociali ed economiche vi si sono socializzate per svariati motivi : chi per fare affari, chi per « salvare il pianeta », e così via.
Per questo, è ragionevole pensare che il multilateralismo sopravviverà all’eventuale, seppur distante, tracollo dell’ordine a guida occidentale. Non con questa forma o con queste istituzioni, ben inteso, verso le quali c’è un malcontento crescente soprattutto da parte del Sud globale.
Ci si potrebbe allora domandare: perché Cina e UE non si prodigano a cogliere i frutti di questa aspettativa diffusa e reciproca, per controbilanciare l’unilateralismo USA che sta facendo male ad entrambe ? E anzi, come mai trattano singolarmente e (per quanto all’UE) in modo rassegnato con gli USA ?
Il rapporto Cina-UE è probabilmente l’unico al mondo attualmente in grado di bilanciare la politica unilaterale statunitense, sia per peso economico che per influenza politica. Non a caso molti osservatori, dopo la seconda amministrazione Trump, hanno sperato che Cina e UE si sarebbero fatti carico di salvare il multilateralismo – che può anche significare creare istituzioni alternative a quelle che gli USA hanno il potere di bloccare, con veto formali e non. Alcune dichiarazioni della leadership cinese ed europea, specie all’inizio di questa amministrazione Trump, hanno fatto ben sperare.
Sappiamo, però, che ci sono delle difficoltà : leadership e funzionari UE, così come molti esperti, mettono spesso in guardia sulle « profonde » differenze tra Cina e UE, che minano la loro capacità di cooperare su varie tematiche, tra cui le iniziative multilaterali. Si accenna spesso a divergenze valoriali (la democrazia), diritti umani (gli Uiguri), questioni di mercato e sviluppo (le imprese statali cinesi), e ovviamente a temi caldi come la guerra in Ucraina (e l’amicizia sino-russa).
Queste divergenze sono importanti. Ma, come sempre, nelle relazioni internazionali si può andare più a fondo. Sollevando il velo dell’ipocrisia che ricopre molte questioni, e tralasciando le esaltazioni mediatiche che ne ingigantiscono altre, il Partito Comunista Cinese (PCC) e l’Unione Europea non salveranno insieme il multilateralismo (che, ricordiamolo, potrebbe sopravvivere ad entrambi) perché hanno fatto due scommesse diverse sul futuro dell’Ordine internazionale a guida statunitense.
La creatività del PCC
Il PCC scommette che l’ordine internazionale a guida statunitense non è eterno, e conta di sopravvivergli. Per tanto, vede il multilateralismo come strumento per iniziare a ragionare ad un’alternativa all’ordine a guida occidentale, insieme con tanti altri Stati del mondo.
Il fatto che il multilateralismo rimanga un’aspettativa diffusa, malgrado gli scossoni all’ordine internazionale, è un’opportunità. Il desiderio di Pechino è stabilire le ‘sue’ istituzioni multilaterali (Brics, Asian Infrastructure Investment Bank, etc.) a guida di una ristrutturazione a lungo termine, con la Cina come perno fondamentale (esattamente il contrario dei tentativi Usa di ridimensionare il suo ruolo nell’ordine). Nel breve periodo, il multilateralismo cinese servirà a scongiurare un possibile isolamento e attutire i colpi dei dazi statunitensi. Ad esempio, il Ministro degli esteri Wang Yi si sta prodigando per approfondire le iniziative d’intesa commerciale (e in piccola parte securitaria) con l’ASEAN, incassando qualche successo in un contesto est-asiatico ancora forte dell’istituzione dell’RCEP (il più grande blocco di libero scambio al mondo, promosso fortemente dalla Cina). Nel lungo periodo, la Cina e i suoi alleati (specie la Russia) stanno riflettendo sulla de-dollarizzazione, con l’istituzione di banche di sviluppo multilaterali lontane da Washington (New Development Bank e non solo).
Il disagio dell’Ue
Per l’UE, la « scommessa » è che ingraziarsi gli USA – a prescindere dal presidente – sia più sicuro che giocargli contro o attorno. All’interno dell’ordine gli europei si stanno preoccupando prima di tutto di preservare il privilegiato rapporto di vicinanza col leader USA, nella speranza che continui a irradiare di capitale, armi e tecnologie tutta l’Europa.
La presidente della Commissione europea von der Leyen si è adeguata alla retorica e alle richieste USA, riservando durissime parole nei confronti della Cina e presentando un piano di spesa militare in linea con l’aumento della spesa dei paesi NATO. Nei suoi discorsi il multilateralismo è passato in pochi anni dall’essere un tema centrale – l’aveva chiamato il DNA dell’UE nel 2019 – a un tema marginale a cui sono riservati pochi cenni.
L’unilateralismo USA ha lasciato le istituzioni europee in un profondo disagio strategico. Questa confusione si potrebbe spiegare con l’eccezionalità del momento, dato che i paesi dell’Europa occidentale sono sempre stati coinvolti, in qualche misura, nella costruzione dell’ordine a guida USA. L’UE stessa è potuta nascere grazie a una profonda intesa atlantica. Ma nonostante l’attuale frustrazione e le voci di chi chiede un percorso di maggiore sovranità europea, l’adesione strategica, economica e sociale dell’UE agli Stati Uniti, scelta e reiterata nel corso degli anni, lascia ormai poco spazio di manovra. Per questo, le prospettive di cooperazione tra Cina e UE per « salvare il multilateralismo » rimangono tanto distanti quanto non desiderate.





